In Perù il regime comunista ha impresso con forza un’inquietante svolta autoritaria. Tanto che la Conferenza episcopale nazionale ha diffuso un documento ufficiale dal titolo Con passi decisi, rendiamo grande il nostro Perù, in cui esprime viva preoccupazione per il clima di esasperazione imposto dal regime: «Orientiamo la democrazia verso la libertà, evitando ogni autoritarismo». Secondo i prelati, la stessa vita di fede verrebbe oggi messa in discussione: «Vogliamo continuare ad esercitare il nostro diritto ad esprimere la nostra fede in modo libero e responsabile».

Detto questo, sono opportune alcune precisazioni, per avere un quadro completo della situazione: il presidente Pedro Castillo è certamente uno dei leader del partito Perù libero, che professa come ideologia di riferimento il marxismo-leninismo. Il premier voluto dallo stesso Castillo a capo del governo, Guido Bellido, è su posizioni contigue al movimento terroristico Sendero Luminoso ed in molti posti-chiave dell’esecutivo figurano politici noti per le proprie posizioni estremistiche. Va però anche aggiunto come il presidente Castillo, che incredibilmente si dichiara, ad un tempo, marxista e cattolico, si sia detto contrario all’aborto ed alla sua legalizzazione, all’eutanasia, al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso ed al consumo di marijuana, esprimendo così una forte contrapposizione tra ideali ed ideologia, contrapposizione resa critica dalle nomine politiche compiute, dal partito in cui milita e di cui è esponente di spicco, certamente lontano anni luce dal Catechismo della Chiesa cattolica.

Qualora le forze estremistiche interne all’esecutivo dovessero prendere il sopravvento, le criticità potrebbero facilmente coinvolgere anche l’ambito bioetico. E la situazione precipiterebbe in un tunnel di difficile soluzione.