In Pakistan, benché pochi ne parlino, la conversione forzata all’islam resta una delle più gravi ferite aperte, come denunciano i sacerdoti facenti parte della Commissione nazionale giustizia e pace dei Vescovi. Secondo il Claas-Centro di Assistenza Legale e Integrazione del Regno Unito si sarebbero registrati già oltre 25 matrimoni obbligati nell’anno in corso, tenendo conto che i casi noti rappresentano solo la punta dell’iceberg. Per lo più le vittime prescelte sono ragazze cristiane del Punjab o comunque espressione delle minoranze religiose, rapite, poi costrette prima a diventare musulmane a forza, quindi a sposare gli uomini loro assegnati.

Come nel caso di Simran Masih, 15 anni, sequestrata mentre in un negozio stava facendo compere per i suoi fratelli, uno dei quali colpito da polio sin dalla nascita e bisognoso di cure. I rapitori, tutti armati, hanno approfittato dell’assenza dei genitori, che stavano partecipando ad un funerale nella città di Faisalabad. Anche la cugina di Simran, di soli 14 anni, risulta scomparsa dallo scorso 11 agosto. Le indagini sono ancora in corso. Ma senza grosse speranze.

Nel luglio scorso, infatti, il ministero per gli Affari Religiosi si è opposto ad una restrizione sulla conversione religiosa prima dei diciott’anni. Nello stesso periodo, la Corte Suprema pakistana ha respinto il ricorso di monsignor Azad Marshall, vescovo di Raiwind, che invocava una petizione costituzionale per proteggere le minorenni cristiane dalla conversione forzata all’islam e dal matrimonio con uomini musulmani. «Non vediamo alcuna azione da parte del governo, nessuno dei colpevoli è stato arrestato», ha dichiarato il prelato, come riportato dall’agenzia spagnola InfoCatólica.