«L’amore della patria mi ha indotto nell’illusione», affermava il beato Francesco Faà di Bruno (1825–1888). «Ahimè? Forse è un avviso che Dio ha voluto darmi. Certo, se prima ancora mi rimaneva qualche poco di fiducia nel mondo, ora non ne ho più. Sono perfettamente ricondotto a Dio, che d’ora innanzi sarà la mia sola ed unica risorsa» (p. 156). Così si legge in una sua lettera alla sorella Maria Luigia in Radicati, spedita da Parigi l’8 ottobre 1850 e oggi pubblicata nel suo Epistolario (1838-1888), a cura di Carla Gallinaro, una grande opera in due volumi, corredata di illustrazioni a colori.

Faà di Bruno, dodicesimo e ultimo figlio di Lodovico Faà, marchese di Bruno, dopo aver frequentato l’Accademia militare, fu nominato ufficiale, distinguendosi negli studi geografici e nella cartografia. Nel 1848-1849 partecipò alla prima guerra di Indipendenza italiana, quando venne decorato e promosso capitano di Stato Maggiore.

Precettore dei figli di Vittorio Emanuele II, frequentò alla Sorbona di Parigi gli studi matematici e astronomici. Nel 1857 iniziò ad insegnare all’Università di Torino matematica ed astronomia, aggiungendo anche le docenze all’Accademia militare ed al liceo. A causa del violento attacco anticlericale dello Stato italiano nei confronti della Chiesa, non fu mai, lui, uomo di pubblica fede, nominato professore ordinario. Autore internazionalmente affermato di trattati e memorie, nel 1859 pubblicò a Parigi la Théorie générale de l’élimination, in cui venne esposta la formula che prenderà il suo nome. E la sua fama in campo matematico crebbe con il trattato sulla teoria delle forme binarie.

Si interessò anche di ingegneria, inventando diverse strumentazioni per la ricerca scientifica: nel 1856, di fronte alla cecità di sua sorella Maria Luigia, progettò e brevettò uno scrittoio per ciechi, premiato con medaglia d’argento all’Esposizione nazionale dei prodotti dell’industria nel 1858. Vent’anni dopo brevettò uno svegliarino elettrico ed un barometro a mercurio, oltre a mettere in atto altre ideazioni scientifiche e tecniche. Ardito poi il suo progetto ingegneristico-architettonico del campanile (oltre 80 metri di altezza) della chiesa di Nostra Signora del Suffragio in borgo San Donato, a Torino.

Nel periodo militare scrisse il Manuale del soldato cristiano e, da scienziato, sostenne sempre l’assoluta armonia esistente fra la scienza e la fede. Pubblicò una rivista di musica sacra, la Lira cattolica e compose melodie sacre apprezzate da Franz Liszt. Fondò scuole di canto domenicali, frequentate da quelle donne di servizio a cui dedicò la fondazione, nel 1859, dell’opera di Santa Zita, affiancandola ad una casa per ragazze madri. Nacque per sua volontà una Congregazione di suore, le Minime di Nostra Signora del Suffragio. Amico di san Giovanni Bosco, il 22 ottobre 1876 fu ordinato sacerdote, ricevendo in dono un calice da papa Pio IX.

La Chiesa lo ha innalzato agli onori degli altari nel centenario della sua morte, divenendo patrono del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito Italiano. Le sue spoglie riposano a Torino in un’urna esposta nella cappella laterale della chiesa di Nostra Signora del Suffragio e Santa Zita. Con la pubblicazione del suo Epistolario, uscito nel 133° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, oggi è possibile leggere una sorta di autobiografia epistolare, attraverso lettere inviate a familiari, amici, conoscenti, ma anche a uomini della pubblica amministrazione, a docenti, a scienziati, al Vaticano, avendo così l’opportunità di conoscere un uomo di vasta scienza e dagli infiniti orizzonti.