A Cuba, durante l’VIII Congresso, recentemente conclusosi, le dimissioni date da Raúl Castro dal ruolo di primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista non corrispondono alla fine della dittatura. In campo politico il potere resta saldamente nelle mani della famiglia Castro, della leadership militare e degli organi della Sicurezza dello Stato; in campo economico, il modello socialista di produzione è rimasto lo stesso e così pure il carattere centralizzato della pianificazione. Nessuna libertà di mercato, nonostante la forte crisi, aggravata dalle sanzioni e dal crollo del turismo, l’inflazione, la povertà e le disuguaglianze sociali; a ciò si aggiunga la crisi sanitaria, altrettanto pesante per l’imperversare nell’isola del Covid-19 con un aumento incontrollato di morti e contagi.

Il malcontento però cresce. E, con esso, il numero dei dissidenti. Per l’intera durata del Congresso, attivisti dei diritti umani e giornalisti indipendenti sono stati interrogati, minacciati oppure assediati e costretti a restare nelle loro case, secondo quanto rivelato dall’autorevole quotidiano spagnolo Abc. Non solo. Un rapporto diffuso dall’Osservatorio cubano per i Diritti Umani ha denunciato i 1.798 arresti arbitrari – col ricorso alla violenza in almeno 216 casi – e le 1.647 detenzioni forzate, tutti atti voluti e compiuti nel 2020 dal regime con un aumento dei divieti e delle restrizioni all’esercizio delle libertà individuali e con un aggravarsi della repressione in ogni campo, compresi cultura e spettacolo. Il tutto in un silenzio complice da parte dell’Occidente…