L’Occidente in generale e l’Europa in particolare si rivelano sempre più preda di una sorta di “cultura dell’annullamento“ e di sottomissione ideologica all’islam. Lo hanno confermato anche le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. In Italia han fatto clamore le sconcertanti critiche rivolte dal giornalista tedesco Arno Widmann al Poeta, pubblicate dal quotidiano Frankfurter Rundschau, critiche smontate da un altro tedesco, Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, per il quale le affermazioni del suo connazionale denoterebbero «una totale ignoranza dell’argomento. Widmann è un personaggio di forte vis polemica, che ha sempre fatto parlare di sé grazie a teorie volutamente provocatorie oppure, talvolta, di complotto. La sua opinione non coincide affatto con l’opinione generale su Dante in Germania, non rappresenta nemmeno una corrente di pensiero».

Ma c’è di peggio: come la traduzione fiamminga “islamofila” della Divina Commedia, curata da Lies Lavrijsen, diffusa in Belgio ed in Olanda, epurata da qualsiasi riferimento a Maometto. Non stupisce che, in Italia, la notizia sia stata riferita in modo asettico dal quotidiano della Cei Avvenire, che, guardandosi bene dal difendere l’originale del testo sfregiato ed il relativo autore, si limita a commentare come «la posizione di Dante nei confronti della cultura arabo-musulmana» sia «molto complessa». Solo l’europarlamentare Silvia Sardone della Lega ha espresso su Facebook, in modo esplicito, il proprio sdegno: «Purtroppo in Europa invece di celebrare il Poeta si arriva a censurarlo – ha scritto – Dante, per qualcuno, è razzista, islamofobo e poco inclusivo. Ma ci rendiamo conto?». Già, ci rendiamo conto?