In Polonia, una femminista, Marta Lempart dell’organizzazione Women’s Strike, potrebbe essere condannata ad otto anni di carcere, per aver guidato proteste di piazza pro-aborto in pieno lockdown dovuto a Covid-19. La donna è accusata di «minaccia epidemiologica», di «vandalismo» durante un’intervista radiofonica, nonché di «ostruzione dolosa» per aver deliberatamente interrotto le funzioni religiose, infastidito sacerdoti e politici e bloccato le strade nelle città principali del Paese.

Con Lempart un altro centinaio di persone sono state arrestate per le manifestazioni inscenate nel corso di un’intera settimana. A scatenare l’ira pro-choice, è stata la sentenza, con cui ad ottobre l’Alta Corte polacca ha definito anticostituzionali e discriminatori – pertanto da vietarsi – gli aborti compiuti su bambini non ancora nati affetti da disabilità. Da notarsi come la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, risalente al 1993, consenta ancora di uccidere i bimbi nel grembo materno in caso di stupro, di incesto o nel caso fosse in pericolo la vita della madre.

Secondo due recenti sondaggi, condotti in Polonia, «il Paese è devotamente cattolico e ben lontano dal diventare pro-choice», come riferisce il rapporto redatto dall’agenzia di stampa internazionale AFP: secondo l’istituto statistico Kantar, il 62% dei polacchi crede che l’aborto debba essere legale solo in casi limitati e l’11% ritiene che debba essere dichiarato sempre fuorilegge; secondo un altro istituto, Estymator, il 67% sostiene la normativa esistente in materia, mentre solo il 19% ne vorrebbe una più liberal.