È entrata in vigore lo scorso 27 gennaio con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale la norma con cui in Polonia il governo ha vietato l’accesso all’aborto in caso di malformazione o di grave malattia del feto, norma fissata da una sentenza della Corte Costituzionale dello scorso 22 ottobre. Di conseguenza l’aborto ora è ammesso in Polonia solo nel caso in cui il bambino presenti un’alta probabilità di danni irreversibili o letali, nel caso sia a rischio la vita della madre, in caso di stupro o di incesto.

Violenta come sempre la reazione scatenata dalle sigle femministe prima e dopo l’introduzione della normativa, reazione tradottasi in urla e slogan, che hanno interrotto le celebrazioni delle messe, o in sit-in inscenati davanti alle chiese. Prevedibili anche le critiche giunte dal Parlamento europeo, secondo cui – incredibilmente – salvare i figli in grembo porrebbe «a rischio la salute e la vita delle donne»: affermazioni senza né capo né coda, che dimostrano ancora una volta come per i “soliti noti” democrazia, giustizia e norme valgano solo fino a quando cantino col coro del politically correct, non in tutti gli altri casi.

Lo stesso presidente della Corte Costituzionale polacca, Julia Przylebska, ha denunciato la risoluzione del Parlamento europeo come «un tentativo senza precedenti di interferenza nelle questioni interne del sistema politico polacco, questioni che non sono regolate nei trattati europei». Un ragionamento ineccepibile, almeno per quanti siano quanto meno in buona fede.