Col pretesto dell’“emergenza Covid”, le autorità di Pechino hanno chiuso tutti e 155 i luoghi religiosi della capitale, sospeso le «attività religiose collettive» e deciso un’ulteriore stretta sulle «attività illegali» delle comunità sotterranee. L’annuncio ufficiale è giunto nel corso di un’apposita conferenza-stampa, promossa lo scorso 8 gennaio dall’Ufficio di informazione del governo della città, lo stesso che curiosamente ha dichiarato: «Finora non si sono verificate nuove infezioni di polmonite e nessun caso sospetto fra gli 840 religiosi in 155 sedi religiose della nostra città e l’obiettivo “zero contagio” è stato raggiunto». E allora?

Messaggi anonimi sui social accusano intanto i cattolici ed i missionari stranieri d’essere i nuovi “untori” e di diffondere il virus nell’Hebei, guarda caso la provincia con la maggiore percentuale di cattolici. Persino l’Associazione patriottica ha precisato come tali affermazioni siano assolutamente infondate, essendovi finora un solo cattolico di Shijiazhuang, la capitale provinciale, positivo al Covid-19. Le autorità hanno precisato come «il virus trovato a Shijiazhuang ed a Xingtai sia importato dall’Europa». Ovvero la Cina accusa l’Europa d’aver diffuso il Coronavirus. Tra i fedeli circola la convinzione che, in realtà, il virus abbia rappresentato per Pechino l’occasione per azzerare le comunità sotterranee.