Le femministe omosessuali di Arcilesbica nazionale han detto «no» all’utero in affitto e «no» all’identità di genere, intesa come autonoma percezione di appartenere ad un sesso o ad un altro al di là del dato genetico. Lo han fatto con una serie di post su Facebook e con un webinar in italiano con Sheila Jeffreys, studiosa britannica ed attivista femminista lesbica da oltre quattro decenni, coautrice della Declaration on Women’s Sex Based Rights. E han detto questi due «no», perché rispettivamente mal sopportano lo sfruttamento del proprio corpo e che un uomo si faccia passare per donna. Le femministe hanno sempre gridato che il corpo delle donne appartiene alle donne e queste ci possono fare quello che vogliono. Vietare dunque la maternità surrogata e la prostituzione come libere scelte appare contraddittorio con il principio di autodeterminazione così incensato dalle femministe di tutti i tempi.

Il secondo paradosso riguarda la critica che Arcilesbica muove al transessualismo, critica non nuova all’interno dei circoli lesbici e che da tempo sta dividendo il movimento Lgbt a livello mondiale. Il paradosso nasce dal fatto che il femminismo da sempre ha promosso l’inversione dei ruoli sociali: perché agli uomini non dovrebbe essere concesso lo stesso? Ora invece le femministe omosessuali si arrabbiano a vedersi scippare la loro femminilità dagli uomini trans. Vien proprio da dire: chi è causa del suo mal, pianga sé stesso…