La meravigliosa basilica di Santa Sofia a Istanbul è la metafora della centralità dell’identità religiosa nell’affermazione dell’identità politica internazionale di un Paese. Edificata sotto Giustiniano nel VI secolo come basilica cristiana ortodossa di rito greco, alla caduta dell’Impero bizantino, conquistato dalle truppe ottomane nel 1453, fu convertita in moschea. Nel 1935, Alla caduta dell’Impero turco, il «padre della Patria turca» Ataturk la trasformò in un museo.

Ai nostri giorni, come riferito dal quotidiano Hurryet, il presidente turco Erdogan ha dato disposizioni per trasformarla nuovamente in luogo di culto islamico, riproponendo una strategia politica ispirata all’ideologia “neo-ottomana” nel nome del panturanesimo. Di fronte alla palese incapacità dell’Ue di affermarsi come portatrice di un pensiero politico “forte”, di incarnare il ruolo ideologico politico di erede della grande tradizione occidentale fusa nel crogiolo del pensiero giudaico-cristiano, la Turchia si è qualificata come un autorevole interlocutore pragmatico degli Stati Uniti per frenare l’aggressiva diplomazia politico-militare cinese e russa.

Nel corso dell’emergenza Covid-19, i turchi hanno svolto un ruolo centrale, inviando materiale sanitario in molti Paesi sotto le insegne Nato, hanno promosso accordi diplomatici pragmatici di cooperazione con Israele, facilitati dagli Usa, hanno soprattutto avuto la determinazione politica di essere l’unico Paese ad impegnarsi militarmente in Libia, ottenendo la vittoria strategica della riconquista della Tripolitania da parte del governo Al Sarraj, internazionalmente riconosciuto dall’Onu, contro le milizie terroristiche islamiche di Khalifa Aftar, finanziato dai governi fondamentalisti arabi degli Emirati del Golfo.