Dopo l’estensione anche alla Regione autonoma di Hong Kong della Legge sulla Sicurezza Nazionale, approvata lo scorso giugno dal Congresso del Partito Comunista cinese, decine di migliaia di cittadini si sono riversate per le strade per contestare tale norma, che de facto elimina ogni garanzia giudiziaria ai diritti civili e politici, attribuendo alla autorità di polizia il potere unilaterale di arrestare e condannare all’ergastolo chiunque incorra in reati d’opinione ovvero di critica al regime antidemocratico di Pechino.

La reazione delle forze di polizia cinesi è stata durissima e selvaggia: ha represso con violenza le manifestazioni, procedendo all’arresto di centinaia di giovani studenti, intellettuali, giornalisti ed avvocati con capi d’accusa pesantissimi. In questo quadro sempre più preoccupante desta forti perplessità un articolo di Agostino Giovagnoli, apparso lo scorso 3 giugno su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, articolo in cui si attribuisce alla Cina il diritto di legiferare su materie come terrorismo, sovversione, secessione, sedizione, collusione con lo straniero, organizzazione di movimenti politici.

Sull’estensore omette però di precisare ai lettori che la Basic Law fu espressamente voluta proprio dal Regno Unito come una sorta di “Costituzione ad hoc” per la Regione speciale amministrativa di Hong Kong, per garantire un sistema di diritti fondamentali internazionali, civili e politici. Non solo. L’articolo omette di precisare come la Basic Law stabilisca che fino al 2047 lo statuto speciale a favore di Hong Kong preveda il mantenimento delle garanzie giuridiche dei diritti fondamentali del cittadino secondo il modello liberale della Rule of Law britannica. In sostanza, Avvenire pare ignorare del tutto il sistema giuridico-istituzionale di terrore e violazione dei diritti umani che Pechino da decenni utilizza come perno del suo criminale regime e di cui ora rischiano di divenire vittime milioni di esseri umani, milioni di persone, milioni di coscienze.