La legge contro l’omofobia, presentata per la prima volta nel 1999 dal presidente del Consiglio D’Alema e poi riemersa senza successo sotto i governi Prodi, Berlusconi e Letta, sarà approvata sotto il governo Conte? Sono ben cinque le proposte in commissione Giustizia della Camera, che – con diverse sfumature – puntano ad allargare all’«identità di genere» e all’«orientamento sessuale» le sanzioni previste dall’infelice legge Mancino del 25 giugno 1993.

Una di queste proposte, il disegno di legge Boldrini-Speranza, dopo aver definito all’art. 1, come meritevoli di tutela giuridica, l’«identità di genere», il «ruolo di genere» e l’«orientamento sessuale», all’art. 2 interviene sul delitto di apologia e istigazione alla discriminazione previsto dalla legge Mancino, stabilendo «la reclusione da sei mesi a quattro anni per chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima». Chiunque critichi la teoria del gender può essere accusato di istigare alla violenza, che non è solo la violenza fisica, ma ogni atto di discriminazione, anche intellettuale, nei confronti dell’identità di genere o dell’orientamento sessuale.

La categoria giuridica di “non discriminazione”, introdotta in Europa dall’art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, si è ormai rivelata come uno dei sofismi più perniciosi del nostro tempo. Il cosiddetto principio di non-discriminazione, infatti, non è altro che il vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio. In base a questo dogma viene soppressa, con un tratto di penna, ogni disuguaglianza naturale, bollata come “discriminazione”. L’“identità di genere”, a cui ci richiama, è però una non-identità, perché nella prospettiva relativista ed evoluzionista della nuova sinistra, non esiste identità umana stabile e permanente.

L’uomo, secondo questa deforme visione antropologica, è materia in evoluzione e la distinzione tra il sesso maschile e quello femminile non viene dalla natura, ma dalla cultura dominante che crea e attribuisce i “ruoli” del maschio e della femmina. L’«identità di genere» è definita, all’art. 1 del disegno di legge Boldrini-Speranza, come «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico». L’essere umano, privo di un’identità definitiva e irrevocabile, deve essere libero di scegliere l’identità che di volta in volta preferisce. Tutto è permesso, perché tutto nasce dalla libera scelta dell’uomo, che non può essere limitata da norme assolute esterne alla sua volontà.

I fautori dell’ideologia del gender tenteranno invano di cancellare la distinzione sessuale tra uomini e donne, così come i giacobini tentarono invano di distruggere la religione e i comunisti di liquidare la proprietà privata. Ma poiché l’uguaglianza assoluta in natura non esiste e non è possibile abolire per decreto il fatto che si nasca geneticamente maschi o femmine, la teoria del gender potrà essere imposta solo con la forza, spedendo in carcere chi si richiami all’ordine naturale e cristiano.

Di fronte a questa minaccia, la Conferenza Episcopale Italiana ha opportunamente espresso la sua preoccupazione in un documento del 9 giugno 2020, in cui si afferma che «un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui, più che sanzionare la discriminazione, si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte». Con misure come quelle che verrebbero introdotte dai disegni di legge che saranno discussi in Parlamento si rischia, continua la Cei, di «sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma e non la duplicazione della stessa figura, significherebbe introdurre un reato di opinione». «Ciò – prosegue il comunicato – limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso».

Il pericolo di derive liberticide è stato evocato, l’8 giugno, anche da mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, in un messaggio pubblicato sul sito della sua diocesi. «Si dice – afferma mons. Suetta –, che la nuova invocata legge dovrà punire “l’istigazione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni”. Ma il problema sta proprio nell’individuare la differenza tra una opinione e una reale discriminazione, il che verrebbe affidato ad una serie di valutazioni in capo ad un giudice, tenuto conto delle “condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”.

Come hanno evidenziato osservatori attenti, questa impostazione permetterebbe tranquillamente che un genitore, un vescovo, un parroco, un catechista, i quali nell’adempimento della loro naturale missione, abbiano esposto secondo la propria coscienza e le proprie convinzioni una valutazione educativa circa determinate condotte o promozioni di costume, possano essere sottoposti a un procedimento penale, in cui sarà da dimostrare che l’opinione o intervento formativo non conteneva in sé intento discriminatorio, per stabilire di volta in volta se sia stato superato il confine fra “opinione” e discriminazione. La legislazione proposta inciderebbe ancora più gravemente su questioni concernenti la gestione di enti ecclesiastici o di ispirazione cristiana (come, ad esempio, la possibilità di licenziare dipendenti dei predetti enti, che tengano nella vita privata un comportamento non conforme alla dottrina, la necessità di evitare ogni espressione o misura organizzativa che distingua gli uomini dalle donne – ad esempio nei bagni o negli spogliatoi, nelle classi scolastiche o anche nelle competizioni sportive –, essendo una siffatta distinzione “binaria” contraria al divieto di discriminazione basato sull’identità di genere).

Qui si introduce il tema della verità delle questioni in gioco. Com’è noto, orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito che va avanti da molti anni, e non solo in Italia, sulla libertà educativa e sulla famiglia. Si tratta di questioni rispetto alle quali come cristiani dobbiamo conservare e promuovere il diritto ad una diversità e libertà di pensiero. In questo si manifesta anche tutta la fatica della testimonianza di una verità antropologica, biblicamente fondata e incentrata sul progetto di amore che Dio ci ha consegnato nella creazione e che non possiamo dimenticare o mettere a tacere, soltanto perché non collima con il “pensiero del mondo”».

In nome di questa “libertà di pensiero”, che non collima con quella del mondo, dobbiamo affermare che gli unici diritti possibili si radicano sulla legge divina e naturale e sono connessi ad altrettanti doveri. Le nuove proposte di legge vogliono capovolgere l’ordine naturale delle cose, ponendo ciò che un tempo era considerato devianza, come nuovo modello sociale e isolando, come crimine, l’affermazione dei principi cristiani. Ma solo sulla base di questi principii si potrà ricostruire l’ordine sociale, devastato dalla cultura della morte relativista.