Nessuna casualità, la rete del terrorismo islamico si presenta sempre più come un unico, grande network internazionale, con un’unica regia secondo un unico piano di conquista globale del pianeta. La conferma giunge, mattone su mattone, come in un grande puzzle, dalle analisi compiute dagli esperti.

Boko Haram, ad esempio, oggi affiliato all’Isis, è sempre stato considerato un movimento jihadista a vocazione regionale, tipicamente nigeriano. Ebbene, non è così: anzi, si è appreso che, in realtà, è sempre stato eterodiretto dall’estero, fin dal suo sorgere. Lo ha scoperto, secondo quanto pubblicato dal settimanale Jeune Afrique, un ricercatore americano, il prof. Jacob Zenn, esperto in jihad presso l’Università di Georgetown: nel suo libro Unmasking Boko Haram: Exploring Global Jihad in Nigeria, lo studioso è risalito sino alle origini della «setta», costituitasi non in modo spontaneistico, come si è sempre ritenuto, bensì grazie a forti pressioni straniere, esercitate sin dal 1994 dal Gruppo Islamico Armato algerino, che ha fornito le armi, ma soprattutto grazie al sostegno ricevuto da Osama bin-Laden.

«L’ideologia jihadista è intrinsecamente transnazionale – ha dichiarato il prof. Zenn nel corso di un’ampia intervista rilasciata al settimanale Jeune Afrique – Cerca di eliminare le frontiere a vantaggio di un Isis in espansione». Come dimostrano anche altri fatti di cronaca. Quali l’invio di decine di miliziani dell’Isis, provenienti dalla Siria, in Libia, per dissimulare le perdite umane qui subite dal presidente turco Erdogan, soprattutto tra gli uomini dei suoi servizi segreti: il fatto di averne dato notizia è costato la galera a sei giornalisti. In Francia, intanto, i Fratelli Musulmani stanno cercando di incanalare la rabbia dei giovani africani residenti nei quartieri popolari, dove vige il coprifuoco, sfruttando il collateralismo immigrazionista offerto dall’estrema sinistra e dagli ambienti anarchici, che mettono a disposizione strutture ed organizzano incontri pubblici, aizzando contro le forze dell’ordine: una sorta di polveriera sociale, già sfociata in rivolte e disordini urbani.