L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 31 gennaio ha definito il Coronavirus la «prima emergenza sanitaria globale» della nuova era geopolitica e dieci giorni dopo, l’11 febbraio, dopo averlo battezzato come Covid-19, lo ha indicato come «il nemico pubblico numero uno». Il virus è cinese, perché è nato in Cina, ma il problema non è cinese, è mondiale. L’OMS, che è un’agenzia dell’ONU, fa parte di quelle organizzazioni sovranazionali che professano l’utopia di un mondo globalizzato, senza malattie e ingiustizie sociali. Nel Preambolo del suo atto costitutivo (1948) si dice che «la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto nell’assenza di malattie ed infermità». Questo ottimismo sanitario è culminato nel progetto dell’OMS «Salute entro l’anno 2000», in cui si manifestava la speranza di «un mondo senza epidemie».

La globalizzazione però fa di ogni uomo, ma anche di ogni virus, un cittadino del mondo. La globalizzazione è infatti un processo attraverso il quale mercati, produzioni, consumi, ma anche uomini, con i loro modi di vivere e di pensare, divengono connessi su scala mondiale. Siamo tutti interconnessi, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte. L’aumento e la rapidità di trasferimenti di uomini e cose fra tutte le parti del mondo favoriscono la trasmissione, da un continente all’altro, di uomini, merci, ma anche di malattie. Il Coronavirus è una di queste e il fatto che provenga dalla Cina sembra manifestare una certa nemesi storica.

Nemesi è una parola che viene dalla mitologia greca e latina per indicare la punizione divina di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. Ogni colpa, anche nella storia, viene espiata. I cattolici preferiscono alla parola nemesi quella di Divina Provvidenza, per spiegare che tutto ciò che accade ha un significato e che Dio è il solo regista della storia.

La Cina è un regime comunista. Una società che si è emancipata da Dio, dalla legge divina e naturale, praticando ad esempio, con l’aborto su scala industriale, la politica dell’uccisione preventiva di ogni figlia femmina, per aumentare la sua vita produttiva. Un regime totalitario in cui l’intera stampa è controllata, i cittadini vengono sorvegliati, il dissenso represso con la violenza, l’incarcerazione e la tortura, mentre la libertà di espressione esiste solamente nelle forme approvate dal Partito comunista che tutto controlla. Tanto nella repressione contro la libertà religiosa quanto nella censura della libertà di espressione, il Partito comunista cinese utilizza i mezzi più sofisticati di tecnologia digitale per raggiungere i suoi obiettivi.

È un totalitarismo tecnologico senza precedenti nella storia, che combina il peggio del comunismo con il peggio del capitalismo. Questo regime totalitario si è servito delle opportunità offerte dalla globalizzazione per divenire una superpotenza. Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, scrive che la Cina «ha sfruttato l’adesione al WTO (World Trade Organisation, l’Organizzazione mondiale del commercio) nel 2001, per penetrare e insediarsi sui mercati senza rispettare le regole della concorrenza e della proprietà intellettuale, trasformando così la globalizzazione dei mercati in un gigantesco trasferimento di ricchezza a proprio vantaggio» (Assedio all’Occidente, La nave di Teseo, Milano 2019, p. 69).

Attualmente il progetto più importante della Cina per divenire un impero globale è la «nuova via della seta», un sistema intercontinentale di infrastrutture per il commercio che dovrebbe collegare la Cina, sia fisicamente che finanziariamente, con molte nazioni dell’Asia, dell’Europa, dell’Africa e dell’Oceania. L’1 ottobre 2019, a Pechino, in piazza Tienanmen, si sono svolti i festeggiamenti per il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Una parata militare organizzata fin nei minimi dettagli, scandita dal ritmo di canzoni patriottiche, accompagnata dalle armi più innovative che fanno parte dello sterminato arsenale cinese, per dare al mondo intero una prova della forza della Grande Potenza.

Però, ecco la nemesi, questo regime totalitario, che ha sfruttato la globalizzazione, per conquistare spregiudicatamente la leadership nel campo della tecnologia e dell’innovazione, oggi è in ginocchio, a causa di un inafferrabile virus planetario. Si dissolve il miraggio cinese di una «società moderatamente benestante» entro il 2021, in occasione del 100º anniversario del Partito comunista cinese, si allontana l’obiettivo di «raggiungere gli USA entro il 2020 e superarli nel 2030 come principale centro di innovazione globale», secondo le parole del presidente cinese Xi Jinping.

Ma anche il sistema economico occidentale rischia di essere messo in ginocchio dalla crisi cinese, proprio a causa dell’interconnessione di mercati, delle risorse, degli investimenti. A causa dell’interdipendenza della catena di produzione, un grave disastro naturale o sanitario o un evento socio-politico destabilizzante, può portare a far saltare il sistema globale. La globalizzazione rende oggi il mondo più fragile. Per questo l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti ha detto che «il coronavirus mette in crisi il modello della globalizzazione e segna il passaggio dall’utopia alla realtà» (Il Giornale, 12 febbraio 2020).

Il presidente Xi Jinping dopo aver cercato di occultare la verità sull’effettiva gravità della situazione, riunendo il comitato permanente dell’ufficio politico del Partito comunista ha detto che «la situazione si aggrava, ma vinceremo questa battaglia». E come reagisce la Cina per vincere questa battaglia? Isolando la regione di Wuhan, ponendo in quarantena milioni di cittadini, creando cinture protettive all’interno e all’esterno del Paese, per evitare la diffusione globale del virus all’interno e all’esterno della Cina, cioè tornando agli Stati nazionali che la globalizzazione avrebbe dovuto estinguere.

Gli altri Paesi a loro volta si difendono dal virus attraverso la difesa del proprio sistema sanitario, alzando muri, elevando confini contro il nemico globale che attacca. L’utopia della globalizzazione è sconfitta da un virus. Ma chi, come noi, è convinto che al di sopra delle sovranità nazionali esiste una suprema sovranità di Dio sulle cose del mondo, sa che nessuna politica di difesa dei confini nazionali può arrestare le epidemie, se non è accompagnata da un ritorno ai princìpi morali su cui si fonda una società. È l’abbandono della legge divina e naturale che provoca i grandi flagelli delle epidemie, delle guerre e delle carestie. La fede lo afferma e l’esperienza della storia lo dimostra.