Lo chiamano “bene comune” ma è appiattimento, soddisfazione di desideri, statalismo. La chiamano “sussidiarietà”, ma è deregolamentazione e mano libera per poter fare quello che si vuole. Non esistono altri principi politici come quelli del bene comune e della sussidiarietà così fraintesi, deformati e strumentalizzati. Ne parlano anche i trattati europei, ma l’Unione li ha applicati alla rovescia; sono contemplati anche dalla Costituzione italiana, ma sono nati nuovi centralismi operativi.

«Lo stesso Magistero – scrive Stefano Fontana nell’introduzione – ne può dimenticare alcune dimensioni fondamentali e presentarli in modo riduttivo». Eppure, senza i due principi di bene comune e di sussidiarietà, diventa impossibile fare la politica vera, quella che riconosce un ordine organico e finalistico cui mettersi a servizio, quella che non rinuncia all’autorità ma nemmeno ai corpi intermedi e alle società naturali, quella che nello Stato vede solo uno strumento e non la sintesi della comunità politica. Riappropriarsi del vero significato di questi due principi vuol dire respirare politicamente, fare i conti con teorie contrattualiste e volontariste, vedere la comunità politica così come dovrebbe essere.

I testi pubblicati in questo libro – a firma dell’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, di Danilo Castellano, don Samuele Cecotti, Giovanni Turco, Padre Arturo Ruiz Freites e curati da Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa – corrispondono ad alcune relazioni tenute in occasione di due convegni della serie «La Dottrina sociale della Chiesa e San Tommaso», svoltisi a Montefiascone nel 2016 e nel 2017.