Parigi, 1792. Il Regime del Terrore semina il caos. La città è come una prigione, da cui è impossibile evadere e in cui è stata scatenata la caccia agli aristocratici. Per la solenne dichiarazione, tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono meno uguali degli altri: sono i «maledetti aristos», sventurati discendenti delle famiglie aristocratiche francesi, mandati continuamente a morte dall’implacabile tribunale del popolo. «La folla che ha visto centinaia delle loro teste cadere oggi, domani ne vorrà vedere altrettante», scrive l’autrice.

A una porta giunge un carro pieno di botti. Il guardiano ne controlla alcune, vede che sono vuote e lascia passare il birocciaio. Poco dopo, affannato, giunge un gruppo di militari. Il comandante aggredisce il guardiano, che confessa di non aver controllato l’intero carico. Nelle altre botti c’erano aristocratici nascosti. E il carrettiere era la “Primula rossa”. “Inseguiamoli!” E il gruppo di militari corre fuori dalla città. Ma il carro è solo un carro e la «Primula rossa» non è il suo conducente, ma proprio quell’ufficiale, che ha potuto così far fuggire un gruppo di aristocratici, vestiti da soldati.

Inizia così, in un modo giustamente definito «cinematografico», il romanzo della baronessa di origine ungherese Emma Orczy, che nel 1905 aprì una serie di undici volumi, tradotti in italiano negli anni Trenta (tranne l’ultimo, Madamoi’zelle Guillottine, del 1940, ancora inedito in italiano). Lettura di intrattenimento, si dirà, ma che alla tensione della vicenda affianca la descrizione della vita quotidiana nella Parigi del Terrore, in cui imperava la dittatura dei giacobini e dove bastava un semplice sospetto, spesso suscitato dall’invidia o dall’antipatia, per mandare a morte un innocente. Una lettura, dalla nuova, agile traduzione, consigliata in particolar modo a coloro che, sedotti da Rousseau e dai suoi nipotini, sono certi che i mali della Rivoluzione francese fossero niente in confronto ai benefici prodotti.