Pare, questa, l’epoca del neo-paganesimo, del ritorno degli idoli: in Islanda, nella periferia di Reykiavik, è prevista a breve l’inaugurazione di un tempio intitolato a Thor, seguendo i dettami di un progetto assolutamente green (in ossequio non solo ai seguaci di Greta Thunberg e dintorni, ma soprattutto alle convinzioni panteistiche della mitologia norrena).

I riti antichi, in realtà, non erano mai stati aboliti, bensì solo “privatizzati”, vietandone la celebrazione pubblica, tutto qui. Ma la tradizione non si è interrotta, è stata tramandata oralmente, di generazione in generazione e, per iscritto, con la pubblicazione dell’Edda da parte di Snorri Sturlusson (1179-1241), storico, poeta e politico islandese: così i riti pagani sono giunti sino ai giorni nostri, sopravvissuti al tempo ed all’oblio. Come se in mezzo non ci fosse stato niente, come se con la luce di Cristo non fosse giunta anche la civiltà.

In poco tempo questo culto si è diffuso a macchia d’olio, passando dai 12 adepti del 1973 ai 2.488 del 2015, ai 3.187 del 2016 sino ai 4.300 attuali. Da 47 anni rappresentano una confessione riconosciuta dallo Stato (così come in Norvegia, Danimarca e Svezia), possono quindi celebrare matrimoni e funerali con valore legale e, come tale, percepiscono i proventi della tassa islandese sóknargjald, una sorta di otto per mille. Rappresentano ormai la quinta comunità religiosa in Islanda e la prima non cristiana. Laddove la Chiesa di Cristo rinuncia alla propria missione, spalanca le porte al ritorno al paganesimo. Un fenomeno assolutamente da non sottovalutare. Sarebbe un grave errore.