Accolto al suo apparire in Inghilterra dall’apprezzamento del Times e di buona parte della stampa britannica, La strana morte dell’Europa del giornalista Douglas Murray, editorialista della più antica rivista inglese, lo Spectator, è un’opera che mostra senza ipocrisie tre aspetti fondamentali della crisi che scuote l’Europa: 1) il radicale cambiamento nella composizione etnica, culturale e religiosa che l’immigrazione già comporta e può, a maggior ragione, comportare in futuro.

Murray snocciola cifre al riguardo che emergono da seri studi, come quello condotto in Svezia, secondo il quale la percentuale della popolazione musulmana nel 2050 salirebbe in quel paese all’11% se l’immigrazione cessasse oggi del tutto, al 21% se registrasse un afflusso regolare e al 31% se continuasse al ritmo attuale; 2) il naufragio del multiculturalismo, solennemente annunciato dalle parole stesse di Angela Merkel: «Il tentativo di costruire una società multiculturale e di vivere fianco a fianco in armonia è fallito, miseramente fallito»; 3) l’illusione, coltivata soprattutto dalle élites liberal, di affidare l’integrazione a quella che Murray definisce cieca fede nella «società dei consumi» e che sarebbe forse più opportuno chiamare cieca fede nel libero mercato.

La risposta di Murray alla crisi delle democrazie liberali, che l’immigrazione e il fallimento del multiculturalismo svelano, è quella che caratterizza l’intera ondata neocon che attraversa l’Europa odierna e che accomuna conservatori atei come lui a conservatori credenti: recuperare le radici cristiane del nostro Continente.