Agli inizi dello scorso mese di giugno Kate Gilmore, vice-Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha paragonato le leggi statunitensi – come quelle della Louisiana, dell’Alabama, del Missouri, del Mississippi e dell’Ohio –, che hanno provvidenzialmente limitato l’accesso all’aborto, ad una forma di «tortura» e di «violenza di genere», in quanto “costringerebbero” le donne, specie quelle povere, ad optare per l’intervento clandestino.

Da notarsi come, non più tardi del marzo dell’anno scorso, lo stesso Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite abbia cercato di eliminare il «diritto alla vita» dall’art. 5 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Non solo: in quello stesso periodo le stesse Nazioni Unite, per due volte nel giro di pochi mesi, tentarono anche di modificare l’art. 6 della Convenzione internazionale sui Diritti Civili e politici, pretendendo d’includere – incredibile a dirsi! – nel «diritto intrinseco alla vita» anche aborto, suicidio assistito ed eutanasia, offendendo il buon senso e negando qualsiasi tutela all’individuo prima della nascita, specie nel caso presentasse disabilità. Tra le indicazioni figura anche un accesso pressoché illimitato per gli adolescenti all’utilizzo di metodi contraccettivi.