«Parole di Anselmo, figlio di Riccardo, figlio di Anselmo, al tempo della Grande Tempesta, nell’abominio della desolazione, quando nel suo tempio il Signore non sta più al centro, perché non c’è più il tabernacolo; quando Egli è messo in un canto e non per mano dell’invasore, ma del suo stesso sacerdote, che ora siede in luogo del Santissimo e si proclama sacerdote dell’umanità».

Adottando lo stile del profeta Amos, l’autore individua il «sintomo scritturale della manifestazione dell’Anticristo» (ivi definito «abominio della desolazione»), nello «stravolgimento post-conciliare della Sacra Liturgia e della stessa Sacra Dottrina» (pag. 7), con l’abolizione dell’altare tradizionale e la rimozione del tabernacolo.

Anselmo Tosatti, di medioevale schiatta modenese, magistrato presso la Corte d’Appello di Venezia, si rivolge in 83 orazioni/invettive al successore di Pietro, scuotendolo affinché traghetti la sventurata navicella cui è preposto al di fuori della burrasca. I suoi discorsi variano da questioni teologico-liturgiche (problema del tabernacolo, della consustanziazione, dell’anticristo) a questioni storico-politiche (necessità della crociata, la rivoluzione italiana, rifiuto del comunismo e del liberalismo).

La sua è una voce che risuona potente, sicura di sé, che lungi dal cercare un colloquio moderato, vuole proclamare ad alta voce verità, che non possono essere messe in discussione. È, letteralmente, una «voce che grida». Con la speranza, da parte nostra, che riesca a raggiungere le stanze degli alti prelati della gerarchia vaticana.