In Pakistan, a Faisalabad, Badal Masih, un ragazzino cristiano di soli 11 anni, è stato ucciso a sprangate di ferro sul capo dal suo datore di lavoro, Ifran alias Kalu, e da suo fratello Akram, musulmani entrambi, datisi alla fuga subito dopo l’omicidio. Al pestaggio hanno assistito la madre dal bambino, accorsa sul posto non vedendolo rientrare, ed alcuni vicini, che hanno subito chiamato le forze dell’ordine.

La vittima, per pochi centesimi al giorno, raccoglieva rifiuti nella discarica di proprietà del suo assassino. Pare che tra i due sia sorto un dissidio a causa di un euro, che il piccolo avrebbe ricevuto in prestito dal suo capo per alcune spese necessarie alla famiglia. A fronte delle forti pressioni ricevute, Badal ha restituito a fatica la somma, ma ha anche comunicato al suo superiore di non voler più lavorare per lui, facendolo infuriare. Da qui, l’aggressione.

La madre di Badal, Shareefan Bibi, ha subito sporto denuncia. Secondo Joel Amir Sohotra, ex-parlamentare cristiano, l’episodio non riguarderebbe soltanto la cronaca nera, sarebbe anzi il sintomo della prepotenza islamica nei confronti delle minoranze, prepotenza aggravata dalla consapevolezza dell’impunità: «Questa è la mentalità malata della nostra società crudele, che non considera i membri delle minoranze come esseri umani e per questo li tortura se essi si rifiutano di obbedire, sapendo inoltre che nessuno si alzerà a difendere queste povere creature – ha dichiarato Soho all’agenzia AsiaNews –. Chiedo al governo di adottare azioni severe contro i colpevoli e di assicurarli alla giustizia».