Mentre su Pontelandolfo e Casalduni si abbatte un “controrevisionismo”, che, basandosi su alcune ricerche lacunose compiute sugli atti di morte parrocchiali, vorrebbe ridurre il numero dei morti ufficiali e quindi l’intera portata della strage, Mario Fraschetti ha elaborato una pièce teatrale capace di far rivivere ciò che accadde il 14 agosto 1861 nei due paesi del Beneventano, quando dopo un’azione della banda antiunitaria di Cosimo Giordano, scattò l’immancabile rappresaglia piemontese.

I bersaglieri misero a ferro e fuoco Pontelandolfo e Casalduni (con buona pace degli storici locali “negazionisti”), uccidendo chiunque trovassero, filoborbonici o filounitari che fossero. Infatti, i primi a fare le spese della reazione sabauda furono i due fratelli Francesco e Tommaso Rinaldi, che andarono incontro alle truppe piumate, sicuri di trovare amici, per far loro sapere che i “briganti” si erano ritirati sulle montagne e che nei paesi rimanevano soltanto persone pacifiche, liberali o neutrali. I due fratelli, nonostante si fossero presentati con una bandiera bianca al grido di «Viva l’Italia!», vennero spogliati, derubati e quindi fucilati. Del resto, il comandante delle truppe italiane, il colonnello Negri, era uno che, a chi gli facesse notare che nel paese erano rimasti solo liberali, rispondeva: «Gli unici liberali che conosco abitano in Piemonte».

Il lavoro di Mario Fraschetti ha il pregio di rievocare quei tristi avvenimenti, senza calcare la mano su descrizioni truculente, ma riuscendo nel contempo a far rivivere il dramma delle popolazioni meridionali, sottoposte prima all’invasione e poi alla repressione da parte delle truppe italiane, che imposero – spesso parlando tra loro in francese – un processo unitario per nulla sentito dal “Paese reale”.