Gustave Thibon (1903-2001), il «filosofo contadino», è uno di quegli autori più citati che letti; e ciò soprattutto per la scarsa circolazione delle sue opere. È una grave lacuna dell’editoria di lingua italiana, colmata grazie alla pubblicazione, da parte della casa editrice crotonese D’Ettoris, di ben tre opere raccolte in un solo volume.

Si tratta di tre lavori tra i più significativi, realizzati attraverso centinaia di aforismi divisi per argomento. Questi lavori di Thibon coprono un lungo quarantennale, che va dai primordi della sua produzione con La scala di Giacobbe del 1942, per proseguire con la piena maturità filosofica de L’ignoranza stellata (1974) e Il velo e la maschera (1985).

L’essenzialità e la pregnanza dell’aforisma danno perfetta forma alla profonda riflessione di Thibon sullo smarrimento spirituale e morale dell’uomo contemporaneo che, affrancatosi da Dio, è divenuto prigioniero dei falsi idoli e dei miti del progresso, che si è costruito. L’unica nobiltà e l’unica via di salvezza consistono per Thibon nel riscatto del tempo attraverso la bellezza, la preghiera e l’amore, impronte terrene dell’Eterno. Perché «tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto».

Con Thibon la filosofia ritrova il contatto con la terra e con la realtà, diventando «filosofia del buon senso», sapienza, conoscenza incarnata, con la consapevolezza del destino finale dell’uomo, anzi, della sua anima: «Le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori e niente fiorisce nel cielo che non sia prima germogliato sulla terra».