La negazione delle disuguaglianze sociali in nome della nuova filosofia dell’“inclusione” conduce, sul piano metafisico, al primato dell’ibrido, dell’indistinto, dell’indifferenziato. Questa visione del mondo ha il suo esito nel panteismo, poiché se il reale è privo di specifiche disuguaglianze e identità, cade anche la differenza tra gli uomini e Dio e tutto è confusamente divinizzato. D’altra parte il panteismo, negando la trascendenza divina, nega necessariamente ogni forma di superiorità e di gerarchia anche tra le creature, per fondere tutto in un magma nebuloso e indistinto.

Questa visione panteista ed ugualitaria può essere definita come gnostica, perché corrisponde al pensiero della gnosi, antica e moderna. Ciò che la gnosi afferma è l’indeterminazione di tutte le cose. Lo gnostico aborrisce tutto ciò che è finito, individuato, determinato, a cominciare dall’essere umano. L’antropologia gnostica esige la distruzione del corpo umano, affinché l’anima possa essere assorbita e fondersi nel pneuma divino.

Ma c’è anche una filosofia della disuguaglianza, che è esposta da san Tommaso d’Aquino in molti passi della sua Somma teologica e soprattutto nella quaestio 47 della prima parte, dedicata alla pluralità e diversità delle cose in generale. San Tommaso afferma che Dio produsse molte e varie creature, perché quello che manca ad una per ben rappresentare la divina bontà sia supplito da altra; la bontà, infatti, che in Dio è allo stato di semplicità e di unità, si trova nelle creature in modo complesso e frammentario. «Perciò più perfettamente partecipa e rappresenta la divina bontà tutto l’universo, che qualsiasi particolare creatura».

La distinzione e la molteplicità delle cose – spiega il Dottore Angelico – viene da Dio «che ha prodotto le cose nell’essere per comunicare la sua bontà alle creature e per rappresentarla per mezzo di esse». Nel Creato, sia ciò che è uno, sia ciò che è molteplice, riflette la bellezza di Dio. Ogni cosa viene da Dio e a Dio tende: questo è l’elemento comune. Ma ogni creatura riflette un frammento della infinita perfezione divina.

Plinio Corrêa de Oliveira ricorda a sua volta che la natura di Dio è tale che un’unica creatura non riesce a rappresentarLo in modo sufficiente. Quando crea, Egli non può che creare a Sua somiglianza, perché non potrebbe farlo in nessun altro modo. Tuttavia, nessuna creatura, proprio perché creatura, è in grado di presentare una somiglianza sufficiente con Dio. Dio crea dunque creature molteplici, affinché, unendosi le une alle altre, formino un mosaico e, attraverso questo mosaico, un’immagine, che ogni piccola immagine, ogni frammento, da solo sarebbe incapace di formare.

Esiste perciò «un insieme di regole di estetica che ci possono facilitare la conoscenza della bellezza posta da Dio nell’universo, quale punto di partenza per salire alla considerazione della sua bellezza increata. La più fondamentale di queste regole è la coesistenza armonica dell’unità e della varietà» (Innocenza primordiale e contemplazione sacrale dell’universo, Cantagalli, Siena 2013, p. 337).

Quanto più elevata è la categoria degli esseri, animati o inanimati, tanto maggiore è la disuguaglianza esistente fra loro. Dio è l’Essere perfettissimo e le sue infinite perfezioni si riflettono in tutte le creature che da lui ricevono l’essere. La più piccola delle creature, il granello di polvere, il filo d’erba, il moscerino, l’embrione in cui è stata appena infusa l’anima, riflettono, in maniera crescente, una perfezione di Dio. Ma negli uomini, composti di anima e di corpo, le disuguaglianze tra le anime sono più grandi di quelle che esistono tra i corpi.

La differenza tra le anime non è altro che la differenza delle grazie, che esse ricevono da Dio e a cui esse sono chiamate a corrispondere. Santa Teresa di Lisieux, nella sua Storia di un’anima, spiega in maniera semplice, ma profonda, questa verità filosofica e teologica: «Per tanto tempo mi sono chiesta perché Dio abbia delle preferenze, perché tutte le anime non ricevano grazie in grado uguale, mi meravigliavo perché prodiga favori straordinari a Santi che l’hanno offeso come san Paolo, sant’Agostino e perché, direi quasi, li costringe a ricevere il suo dono; poi, quando leggevo la vita dei Santi che Nostro Signore ha carezzati dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino un solo ostacolo, che impedisse di elevarsi a lui, e prevenendo le loro anime con tali favori da rendere quasi impossibile che esse macchiassero lo splendore immacolato della loro veste battesimale, mi domandavo: perché i poveri selvaggi, per esempio, muoiono tanti e tanti ancor prima di avere inteso pronunciare il nome di Dio?»

«Ma Gesù mi ha istruita riguardo a questo mistero. Mi ha messo dinanzi agli occhi il libro della natura ed ho capito che tutti i fiori della creazione sono belli, le rose magnifiche e i gigli bianchissimi non rubano il profumo alla viola o la semplicità incantevole alla pratolina... Se tutti i fiori piccini volessero essere rose, la natura perderebbe la sua veste di primavera, i campi non sarebbero più smaltati di infiorescenze. Così è nel mondo delle anime, che è il giardino di Gesù. Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli e questi si debbono contentare d’essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand’egli si degna d’abbassarlo. La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere come vuole lui».

«Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i fiorellini da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere; e come nella natura le stagioni tutte sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascun’anima» (Gli Scritti, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1979, pp. 54-55).

Ogni anima ha una missione da compiere, forse piccola agli occhi degli uomini, ma grande agli occhi di Dio. E questo fino dai primi agli ultimi giorni della vita. E a ognuno di noi Gesù dice: «Siate perfetti come il Padre vostro che è nei Cieli» (Mt 5, 48). Essere perfetti non in modo astratto, ma corrispondendo alla nostra vocazione, alla nostra identità, alla specifica perfezione a cui siamo chiamati, che è diversa da uomo a uomo, perché ognuno di noi è diverso nel modo di stare al mondo e di amare Dio.

Chi ama Dio deve amarlo come è, amarlo nella sua essenza e nelle sue perfezioni; deve amarlo nella bellezza dell’alba e del tramonto; nella profondità del mare e nell’immensità del cielo; nelle stelle del firmamento, nei fiocchi di neve, nei granelli di sabbia, ma soprattutto nelle anime, ognuna delle quali, come ogni ente creato, è unica e irripetibile. Le creature devono essere amate perché nella loro varietà riflettono l’unicità del loro Creatore, che trascende l’universo e non ne fa parte. Amare le disuguaglianze legittime e giuste significa amare Dio e la sua opera.