Per quanto possa sembrare assurdo, quando sul banco degli imputati v’è l’islam (inteso come sistema religioso, filosofico o come singoli seguaci), l’Occidente rivela una clemenza pari al lassismo, anche laddove i precedenti suggeriscano maggior rigore e severità.

Lo rivelano vicende come quella di Basit, un 19enne afghano, ufficialmente in Francia, incredibilmente come rifugiato politico: in realtà, ha già accumulato un bel po’ di reati per la sua giovane età. Ha danneggiato il portone della Sottoprefettura di Fontainebleau, ad esempio, ed ha minacciato di morte le guardie del castello, dichiarando loro la propria adesione all’Isis, tanto per farsi riconoscere.

Nonostante tutto e nonostante l’impressionante fiume di sangue già versato dalla Francia al terrorismo islamico, il tribunale penale non lo ha riconosciuto colpevole di apologia del terrorismo, tutt’altro: lo ha derubricato anzi come giovane disagiato e lo ha condannato ad un solo anno di reclusione, ma con la sospensione della pena. Quindi lo ha rilasciato.

Non solo. Lo status di enfant terrible gli ha consentito d’aver accesso al regime di messa in prova per 36 mesi, nonché di fruire gratuitamente delle cure psichiatriche e sanitarie del caso e di un percorso di formazione al lavoro. Unica misura restrittiva: il divieto di frequentare il castello di Fontainebleau. Nient’altro. Sconcertante.