Il nostro giudizio su quanto avviene nel mondo è sempre più condizionato da ciò che i mass-media ci comunicano: notizie che provocano la nostra emozione, ma che poi rimuoviamo dalla memoria. Questo non deve accadere per i massacri di cristiani, che si moltiplicano nel mondo. La carneficina del giorno di Pasqua di quest’anno in Sri Lanka, con 310 morti e oltre 500 feriti, ci deve ricordare la strage del Giovedì santo del 2015 nel campus di Garissa, in Kenya.

In Sri Lanka una larga parte delle vittime ha perso la vita nelle esplosioni, che hanno devastato le chiese, mentre assisteva alle funzioni della Santa Pasqua. In Kenya i guerriglieri fecero irruzione nel dormitorio dell’università, dove svegliarono gli studenti, chiedendo loro che religione professassero: i cristiani vennero uccisi immediatamente.

Le vittime furono 148. In entrambi i casi, non è stata una sciagura naturale, come un terremoto o uno tsunami. Si è trattato di una strage deliberata, provocata dal fanatismo islamico. Questo eccidio si inserisce in una massiccia e sistematica persecuzione dei cristiani in tutto il mondo. Secondo il recente rapporto della Ong Porte aperte, 245 milioni sono i cristiani perseguitati e di questi oltre 4.000 quelli uccisi nel 2018, 11 ogni giorno.

Giulio Meotti, in un libro lucido e agghiacciante recentemente pubblicato, ci descrive il destino di quello che fu l’Oriente cristiano sotto l’islam radicale: villaggi fantasma, stragi di religiosi e civili, stupri, rapimenti, persecuzioni di massa, fosse comuni, conversioni forzate (La tomba di Dio. La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente, Cantagalli, Siena 2019). Le chiese in Medio Oriente hanno subìto una liquidazione fisica e simbolica.

I cristiani erano il 20% della popolazione nel 1945, oggi sono il 6% e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora. Dalla seconda guerra mondiale ad oggi dieci milioni di cristiani hanno preso la via dell’esilio dal mondo arabo-islamico. Lo storico inglese Tom Holland ha dichiarato che stiamo assistendo all’estinzione del Cristianesimo in Medio Oriente. Tutto questo senza generare emozioni nell’opinione pubblica dell’Occidente, così pronta a mobilitarsi per le cause dell’ecologia o dei migranti. Come ha detto un arcivescovo in Iraq, «l’Occidente tiene più alle rane che a noi cristiani».

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2014, ricorda Meotti, nei quartieri di Mosul, la seconda più grande città irachena, pick-up muniti di altoparlante annunciarono che i cristiani avevano tempo fino a mezzogiorno del giorno dopo per decidere se lasciare la città, convertirsi in massa all’islam oppure essere decapitatati. Quasi tutti partirono, abbandonando le loro case e i loro beni. Chi restò e non apostatò la fede cattolica fu messo a morte. Il destino che quella notte venne deciso per i cristiani di Mosul fu riproposto in un video di due esecuzioni di massa di cristiani in Libia, ad opera dell’Isis. In uno si vedono 15 cristiani decapitati su una costa libica. Nell’altro video un numero simile di cristiani viene ucciso con un colpo alla testa in una boscaglia.

Martyres non facit poena, sed causa, afferma sant’Agostino. Ciò che rende martiri non è la pena, per quanto crudele essa possa essere, ma la ragione per cui è inflitta. Il martirio esige che l’atto con cui viene data la morte sia compiuto in odium fidei, in odio alla fede cristiana. In Iraq e in Libia, come in Kenya, in Sri Lanka, gli attentatori hanno ucciso in odio alla fede cattolica. Il sangue versato ha purificato le vite delle vittime e ne ha fatto dei martiri.

«Martiri dai volti perduti, senza stimmate, che appaiono in modo vago e distratto sulla stampa italiana e internazionale. Il loro strazio ricorda il trentennio 1921-1950 dei gulag sovietici, le persecuzioni da parte dei nazisti, le persecuzioni dei cristiani nella Guerra civile spagnola. Ma la nuova persecuzione dei cristiani in terra islamica resta il segreto meglio conservato al mondo. Cacciati, convertiti in massa all’Islam, uccisi per la loro religione, resi schiavi, i loro luoghi di culto e le tombe dei loro santi distrutti» (La tomba di Dio, pp. 295-296).

Il Cristianesimo non è una religione individuale, ma un unico Corpo Mistico, pervaso da una solidarietà sociale, in cui ognuno partecipa i beni spirituali degli altri. Ogni membro di questo Corpo Mistico coopera allo sviluppo e al perfezionamento dell’intero organismo. Se una solidarietà naturale, fondata sulla comune origine della natura umana, ci lega a tutti i nostri simili, una solidarietà soprannaturale ci vincola a tutti i fratelli nella fede. In questo senso, come affermava Tertulliano, il sangue dei martiri infonde nuova vita alla Chiesa.

Il sangue dei martiri è seme di cristiani, non solo nel numero, ma soprattutto nella purezza e nell’integrità della fede. San Giustino, nel Dialogo con Trifone, presenta i martiri come tralci di una vite che vengono potati perché la vite possa produrre frutti più abbondanti e fecondi: «Mentre infatti siamo colpiti con le spade, mentre siamo crocifissi, mentre siamo gettati alle belve, in carcere, nelle fiamme, mentre siamo esposti a tutti gli altri tormenti, non ci allontaniamo, come è evidente, dalla professione della fede. Ma quanto più ci sono inflitti tali tormenti, tanto più altri diventano fedeli e pii nel nome di Gesù. Come una vite, se qualcuno pota quelle parti che producono frutti, ne riceve tale vantaggio che nuovamente emette altri tralci fiorenti e fruttiferi, così avviene con noi».

I cristiani perseguitati però non debbono essere lasciati al loro destino, ma difesi, perché se è vero che Dio trae il bene dal male, è anche vero che il male va combattuto, con tutte le armi naturali e soprannaturali di cui disponiamo. La lotta tra il bene e il male si è sempre conclusa con la sconfitta di quest’ultimo. I persecutori possono uccidere il corpo, ma non possono soffocare la voce della verità e della fede, che echeggia nei secoli e che deve interpellare i nostri cuori.

Il sangue dei cristiani dilaga in Africa e in Oriente e minaccia di inondare l’Europa. Dobbiamo respingere però la tentazione del pessimismo, perché il futuro appartiene a Dio, che è l’unico padrone della storia. E ciò che Dio oggi ci chiede è la pubblica testimonianza in difesa della civiltà cristiana. C’è una guerra contro il Cristianesimo in corso. Dobbiamo rendercene conto e dirlo apertamente, senza nasconderlo con ipocriti giri di parole. Ma non possiamo neppure limitarci a prendere atto dell’esistenza di questa guerra.

Questa guerra ci coinvolge e siamo obbligati a combatterla, perché, se non la combattiamo, la perderemo non solo su questa terra, ma per l’eternità, poiché non c’è salvezza eterna per chi abbandoni la lotta. Per chi combatte e tutto confida in Dio, c’è invece la certezza del premio eterno e la speranza in quello terreno, perché Gesù ha infallibilmente promesso. «Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Gv 6, 33).