Secondo le “anime belle” di certo Cattolicesimo nostrano, ma probabilmente anche secondo i vertici del Partito comunista cinese, sarebbe sufficiente una visita turistica di un quarto d’ora da parte del presidente Xi Jinping presso la splendida Cappella Palatina di Palazzo Reale a Palermo, per cancellare dall’immaginario collettivo decenni di martirii, di persecuzioni, di lutti, di torture, di laogai e per dimostrare al Pontefice l’efficacia dell’accordo segreto segretissimo stretto tra Cina e Vaticano sulla testa dei fedeli e dei Vescovi (quelli legittimi), sentitisi ovviamente traditi.

Accordo, oltre tutto, che non ha bloccato lo stretto controllo di regime sull’amministrazione di qualsiasi organizzazione religiosa cinese. E che non ha fatto cessare minimamente arresti, violenze, sequestri, vessazioni, demolizioni di chiese, abusi, divieti e quant’altro. A partire dai testi sacri. È in corso infatti una sorta di «sinizzazione» della Sacra Scrittura, attuata con l’intento di epurarla da qualsiasi elemento ritenuto «sovversivo e straniero», omologando così la Dottrina cristiana alla «cultura cinese» ovvero ai «valori del socialismo».

Così la teologia si piega ad una mera ideologia, travestita da «coscienza nazionale». L’unico ritenuto autorizzato a compiere tale improbabile, ma sistematica reinterpretazione dei testi sacri è infatti lo stesso regime comunista, ergo ateo. E già da qui è facile comprendere quale sorta di corto circuito intellettuale si sia verificato.

Non solo: chiunque venga sorpreso a diffondere idee «religiose» fra gli studenti (specie se idee «occidentali», come il Cristianesimo) dev’essere perseguito ed ai suoi compagni dev’essere imposto di respingerle e combatterle, sotto giuramento. Due considerazioni: 1) quali frutti positivi, alla fine, ha sortito l’accordo con la Santa Sede? A giudicare anche da queste notizie, non se ne vedono. 2) è questa la Cina, che dovrebbe piacerci tanto? Quando sarà possibile porre il tema anche nelle sedi istituzionali e vaticane?