Il testo di Benedetto XVI su «La Chiesa e gli abusi sessuali», pubblicato lo scorso 10 aprile, ha suscitato, come era prevedibile, un grande clamore. Il documento infatti, per l’importanza del tema, per il tono elevato, per l’ampiezza degli orizzonti, assomiglia a un’enciclica, o dovremmo dire a un manifesto, alternativa ai messaggi che sullo stesso argomento sono stati diffusi negli ultimi mesi dal Vaticano. E questo non solo perché, nel testo, papa Francesco è nominato appena di sfuggita, ma per l’analisi e per i rimedi alla crisi, molto diversi da quelli proposti, ad esempio, dal recente motu proprio papale sulla protezione dei minori.

L’intervento ratzingeriano ha inoltre una portata epocale, perché denuncia apertamente le responsabilità ecclesiastiche in quello che definisce «il collasso della teologia morale cattolica» avvenuto a partire dagli anni ’60 del Novecento. In questo periodo, dice Benedetto XVI, si è verificato «un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente».

Benedetto XVI si sofferma sulla Rivoluzione del Sessantotto, ma anche sulla nascita, negli anni del Concilio Vaticano II e del post-Concilio, di una nuova morale cattolica, secondo cui non poteva esserci qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. «Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio»; «il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora».

Benedetto XVI espone con chiarezza quella che, a suo parere, è la radice della crisi. «Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della “morte di Dio”. Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano.

In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare. Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio».

Il rimedio alla crisi non è «una Chiesa migliore creata da noi stessi», «un’altra Chiesa inventata da noi» quanto «un rinnovamento nella fede nella realtà di Gesù Cristo» donata a noi nel Sacramento dell’Eucarestia. Si tratta di una direzione lontana dalla ricetta “politica” indicata da papa Francesco, direzione che si avvicina piuttosto a quanto avevano affermato i cardinali Brandmüller e Burke nella loro lettera ai vescovi del 19 febbraio.

Così i due porporati si erano rivolti ai loro confratelli, alla vigilia del Summit dei vescovi: «Il mondo cattolico è disorientato e si pone una domanda angosciante: dove sta andando la Chiesa? Di fronte alla deriva in atto, sembra che il problema si riduca a quello degli abusi dei minori, un orribile crimine, specialmente quando perpetrato da un sacerdote, che però è solo parte di una crisi ben più vasta. La piaga dell’agenda omosessuale è diffusa all’interno della Chiesa, promossa da reti organizzate e protetta da un clima di complicità e omertà.

Le radici di questo fenomeno evidentemente stanno in quell’atmosfera di materialismo, di relativismo e di edonismo, in cui l’esistenza di una legge morale assoluta, cioè senza eccezioni, è messa apertamente in discussione. Si accusa il clericalismo per gli abusi sessuali, ma la prima e principale responsabilità del clero non sta nell’abuso di potere, ma nell’essersi allontanato dalla verità del Vangelo. La negazione, anche pubblica, nelle parole e nei fatti, della legge divina e naturale, sta alla radice del male che corrompe certi ambienti della Chiesa. Di fronte a questa situazione, cardinali e vescovi tacciono. Tacerete anche Voi in occasione della riunione convocata in Vaticano il prossimo 21 febbraio?».

Benedetto XVI non ha taciuto, tuttavia egli non è più Papa e rinunciando al pontificato aveva annunziato che si sarebbe ritirato nel silenzio e nella preghiera. Questo gesto clamoroso, che ha profondamente irritato i settori progressisti, si pone però in contraddizione con la sua scelta di abdicare al pontificato e pone una domanda che è ancora più drammatica del problema che l’ex-Papa affronta. Perché Benedetto XVI si è dimesso nel 2013, aprendo la porta ad una situazione peggiore di qualsiasi scenario che si sarebbe realizzato se egli avesse mantenuto il pontificato?