Cosa può avere a che fare la rivoluzione dei costumi, il “Sessantotto”, con la vicenda della Reggenza del Carnaro, vale a dire dell’avventura dannunziana Fiume, tanto cara ad esteti di tutte le provenienze? Giovanni Formicola, avvocato penalista, rifacendosi alla lezione di Plinio Corrêa de Oliveira (in particolare ai concetti di «Rivoluzione» e «Contro-Rivoluzione») vede in Fiume una “Münster italiana”, riferendosi alla cinquecentesca città-stato comunista degli Anabattisti: «un esperimento rivoluzionario in vitro: la Rivoluzione si presenta come sintetizzata in laboratorio, quindi più facilmente riconoscibile in tutte le sue fasi e i suoi effetti» (p. 81).

Un anarchismo nichilista che anticipa di mezzo secolo la “rivolta” sessantottesca, il cui edonismo estetizzante contrappone «Orfeo a Cristo» (p. 111), oltre a propagandare divorzio, libero amore, omosessualità e droga. Cinquant’anni dopo, nel ’68 (frutto di preparazione e di infuso malessere decennali) “esplode” il riemergere carsico della rivoluzione, apparentemente non politica, ma dei costumi. «Questo terremoto – o, se si preferisce, Rivoluzione – culturale ha investito anche la Chiesa Cattolica. […] Rimane aperta la questione se il Sessantotto sia stato subito dalla Chiesa o se invece non sia stato da essa favorito» (p. 13) scrive don Mauro Gagliardi nella prefazione al saggio, ricordando come il Concilio sia finito nel 1965, tre anni prima del Maggio francese, e come lo stesso card. Gerhard Müller abbia recentemente sostenuto «che il vero problema, ancor più che il post-concilio, era l’immediato pre-concilio» (p. 13).