Un mito progressista analizzato, discusso e rovesciato: è quello dell’icona femminista Nora, l’eroina di Casa di bambola (1879) di Henrik Ibsen. Come il lettore ricorderà, la donna si sente incompresa dal marito e prende una decisione drastica ed estrema: abbandonare l’intera famiglia, figli compresi. Ma che fine fa? Come prosegue la sua nuova vita?

In Nora seconda, sorta di sequel del dramma ibseniano, Cesare Giulio Viola immagina che Nora si sia ritirata in Italia, a Capri, e che dopo vent’anni venga raggiunta dalla figlia la quale, nonostante l’abbandono, l’ha sempre considerata come una donna coraggiosa ed un modello da imitare. Ma la Nora “italiana” è molto più matura di quella svedese e darà alla figlia consigli ben diversi da quelli che la giovane si aspetta.

Lo scrittore tarantino Cesare Giulio Viola (1886-1958), critico teatrale e caporedattore dal 1926 al 1931 della prestigiosa rivista Nuova Antologia, nonché autore di sei romanzi (tra cui Pricò, del 1929, da cui nel 1946 fu tratto il film I bambini ci guardano di Vittorio De Sica), della sceneggiatura di Sciuscià (1948) e di una ventina di drammi, con Nora seconda scrisse, secondo la critica, il suo capolavoro. Nel dramma, sapientemente scritto, Viola distrugge l’icona del femminismo letterario, mostrandocela vittima delle proprie scelte e pentita della propria intransigenza. Se Nora I era stata il simbolo della donna emancipata, Nora II vuole rappresentare il desiderio femminile di essere moglie e madre di famiglia.