Dopo il successo del primo volume, dedicato ai mille anni iniziali di storia della Chiesa, nato da alcune conversazioni radiofoniche e quindi scritto in uno stile piano e scorrevole, la Sugarco pubblica la continuazione di quel progetto, dedicata dall’autore, il prof. Roberto de Mattei, alle vicissitudini ecclesiastiche dal Medioevo alla Rivoluzione francese.

Nel Medioevo le problematiche sorgono soprattutto dall’interno della Chiesa, con eresie e scismi, mentre i problemi con l’Impero sono paradossalmente di minore entità, essendo quello medioevale un mondo in cui il Vangelo impera anche nelle corti. È con la drammatica scissione protestante (la “prima rivoluzione”, secondo la visione del filosofo cattolico Plinio Corrêa de Oliveira), che la crisi diventa irreversibile: l’insubordinazione del frate tedesco spretato «non fu una riforma, fu una rivoluzione nata all’interno della Chiesa cattolica, promossa da sacerdoti e religiosi che avevano perso la fede cattolica e che ad essa vollero sostituire una nuova fede. La definiamo rivoluzione e non riforma protestante, perché tra riforma e rivoluzione c’è una differenza di fondo: la riforma restaura, la rivoluzione distrugge» (p. 83). Lo afferma il prof. Roberto de Mattei nel suo libro La Chiesa fra le tempeste: dal Medioevo alla Rivoluzione francese, prosecuzione ideale del primo volume della serie, dedicato ai mille anni iniziali di storia della Chiesa.

Facilitata dal clima di decadenza della corte papale, la rivoluzione protestante prese piede soprattutto a causa degli interessi politici dei Principi tedeschi, che volevano affrancarsi dal Sacro Romano Impero e dal Papato. La vera Riforma fu quella cattolica, che si sviluppò attraverso il Concilio di Trento, la vocazione missionaria e la saggia politica papale (si pensi solo a san Pio V), nonché grazie a figure eminenti (da san Francesco Saverio a san Francesco di Sales, da sant’. Ignazio a Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, solo per citarne alcuni) ed a nuove forme di religiosità (in primo luogo la devozione al Sacro Cuore).

I frutti della rivoluzione protestante, invece, furono lo scisma anglicano, la rivoluzione nelle Fiandre, la guerra dei Trent’anni (che fiaccò la principale potenza cattolica, la Corona spagnola), l’ipocrita rigorismo giansenista, il sorgere del gallicanesimo e del regalismo (che negavano il primato petrino), il crollo del senso morale nel Settecento (grazie al libertinismo illuminista), la nascita e la diffusione della massoneria, elementi tutti che contribuirono a portare necessariamente a quel massacro senza pietà, che fu la Rivoluzione francese, le cui origini non sono da cercare nella pretesa situazione di povertà del Paese o nelle disuguaglianze (che non vennero certo meno con i giacobini o con Napoleone), bensì nel tentativo purtroppo riuscito di trasportare in campo politico i “princìpi” della rivoluzione luterana.

La Rivoluzione fu opera di una minoranza (i «club», espressione essoterica delle logge massoniche) e fu ferocemente anticristiana (non si trattò di “semplice” anticlericalismo), il che culminò nella riforma del calendario per abolire ogni riferimento alle festività religiose, nella spoliazione delle chiese, nella chiusura dei conventi, nel massacro del clero maschile e femminile, nei processi-farsa del Terrore con migliaia di ghigliottinati, massacri in Vandea e soprattutto con l’inaudito regicidio.

Alla Rivoluzione si oppose una Contro-rivoluzione, fatta non solo di una resistenza armata, dai Vandeani ai Sanfedisti, ma anche di pensiero con Papi come Pio VI e Pio IX, sacerdoti come Luigi Tapparelli d’Azeglio, laici come Joseph de Maistre e molti altri, condannati all’oblio da parte dell’intellighenzia di matrice illuministico-giacobina (e poi liberal-marxista), ma il cui pensiero merita di essere riportato alla luce.