Esistono i “cattivi maestri”? Secondo Paul Bourget (1852-1935), assolutamente sì. Il discepolo, pubblicato nel 1889, è il più importante romanzo dello scrittore francese prima della completa conversione (che avverrà nel 1901): si tratta di un “romanzo a tesi”, basato su un fatto reale, che accusa la scienza moderna di essersi sostituita alla religione senza aver fornito – soprattutto alle giovani generazioni – un’adeguata morale al posto di quella cattolica.

Il lavoro di Bourget si può leggere a più livelli: in primo luogo c’è il romanzo di intrigo, se non di intreccio (qui ridotto ai minimi termini): la vicenda di Robert Greslou, affascinato dalle tesi del “cattivo maestro” Adrien Sixte, mantiene desta l’attenzione. Ma soprattutto, a fianco di questa vicenda, c’è la magistrale capacità descrittiva dei sentimenti, la finissima introspezione psicologica che ha aperto allo scrittore le porte dell’Académie Française.

Bourget non è mai prevedibile né didascalico. Il discepolo è anche un’opera politica, che sottolinea la debolezza della III Repubblica francese e del sistema democratico in generale, con palese nostalgia della Monarchia. E, più in generale, denuncia l’importanza della letteratura nella formazione del lettore.