Il 25 luglio di quest’anno è ricorso il cinquantesimo anniversario della enciclica di Paolo VI Humanae Vitae. La Humanae Vitae costituì in un certo senso l’antitesi dello spirito del Sessantotto. L’essenza della Rivoluzione studentesca era riassunta infatti dalla formula «è vietato vietare», uno slogan che esprimeva il rifiuto di ogni autorità e di ogni legge, in nome della liberazione degli istinti e dei desideri. La Humanae Vitae, reiterando la condanna dell’aborto e della contraccezione, ricordava che non tutto è permesso, che esiste una legge naturale e un’autorità suprema, la Chiesa, che ha il diritto e il dovere di custodirla.

L’enciclica di Paolo VI, fin dal suo apparire, fu contestata da teologi, vescovi e cardinali, alcuni dei quali come i cardinali Suenens, Döpfner, Alfrink, Heenan, erano stati tra i protagonisti del Concilio Vaticano II. Paolo VI ne rimase drammaticamente segnato, tanto che non pubblicò più alcuna enciclica, nei dieci anni successivi, e il 7 dicembre di quello stesso anno, in un discorso al Seminario Lombardo, parlò di «autodemolizione della Chiesa», cioè di un misterioso processo, che scuoteva e distruggeva la Chiesa dal suo interno. Esisteva un rapporto tra l’autodemolizione della società, provocata dalla Rivoluzione studentesca, e l’autodemolizione della Chiesa, provocata dalla contestazione ecclesiastica.

Oggi non mancano teologi e pastori che contestano questa enciclica, che pretendono di “reinterpretare” e di modificare, nei suoi punti essenziali, la Humanae Vitae. Ad esempio, all’inizio di quest’anno, padre Maurizio Chiodi, un nuovo membro della Pontificia Accademia per la Vita vaticana e professore di teologia morale presso la facoltà teologica di Milano, ha sostenuto la possibilità, «in alcuni casi», dell’uso di contraccettivi, spiegando di avere tratto la sua argomentazione dall’esortazione di papa Francesco Amoris Laetitia. Sulla stessa linea sembra muoversi la Conferenza Episcopale austriaca, sotto la guida del cardinale Schönborn.

Per combattere questi tentativi di stravolgere il significato del matrimonio dobbiamo rileggere la Humanae Vitae in continuità con l’enciclica Casti Connubii (1930) e con i numerosi discorsi di Pio XII, in particolare quello alle ostetriche del 29 ottobre 1951.

Il Magistero della Chiesa ci ricorda che il matrimonio non è un puro vincolo affettivo, ma è, per sua natura, un’istituzione di carattere giuridico-morale, elevata dal Cristianesimo alla dignità di Sacramento. Il suo fine principale è la procreazione della prole, che non è una semplice funzione biologica e non può essere separata dall’atto coniugale. I genitori non comunicano direttamente la vita soprannaturale ai loro figli, ma devono assicurarne lo sviluppo, trasmettendo loro l’eredità della fede, a cominciare dal battesimo. Per questo il fine principale del matrimonio comporta anche l’educazione della prole: un’opera, afferma Pio XII in un discorso del 19 maggio 1956, che per la sua portata e le sue conseguenze sorpassa ampiamente quella della generazione. Occorre però definire la gerarchia dei fini del matrimonio, che si fonda sulla legge naturale e non sulla volontà mutevole dei coniugi. La procreazione e l’educazione dei figli, fini primari del matrimonio formano perciò, assieme alla famiglia, il trinomio di quelli che Benedetto XVI ha definito «valori non negoziabili».

Il prof. Ettore Gotti Tedeschi ha dimostrato in numerosi scritti, che una delle cause dell’attuale crisi economica è il crollo demografico, derivante dal fatto che la media delle nascite è inferiore a quel tasso di 2,1 che è l’unico che consente la crescita della popolazione. Con una media di due figli o meno a coppia la popolazione decresce e va verso l’estinzione. Oggi è necessario riaffermare il fine procreativo del matrimonio, per reagire ad un itinerario di morte, che non è solo biologico. Alla crescita demografica corrisponde la crescita economica, ma anche la crescita spirituale, perché la famiglia numerosa è il centro di irradiazione di una concezione della vita fondata su quello spirito di sacrificio che costituisce il principale antidoto all’edonismo contemporaneo. L’uomo non si realizza nell’esperienza del piacere, ma nel rispetto di quella legge morale su cui si fonda ogni società civile.

Uno degli ultimi discorsi di Pio XII è un’allocuzione alle famiglie numerose del 20 gennaio 1958, in cui egli afferma: «Soltanto la luce divina ed eterna del cristianesimo illumina e vivifica la famiglia, in tal modo che, sia nell’origine sia nello sviluppo, la famiglia numerosa è spesso presa come sinonimo di famiglia cristiana. Il rispetto delle leggi divine le ha dato l’esuberanza della vita; la fede in Dio fornisce ai genitori il vigore necessario per affrontare i sacrifici e le rinunzie che esige l’allevamento della prole; i principi cristiani guidano e agevolano l’ardua opera di educazione; lo spirito cristiano dell’amore veglia sull’ordine e sulla tranquillità, mentre dispensa, quasi enucleandole dalla natura, le intime gioie familiari, comuni ai genitori, ai figli, ai fratelli. Anche esteriormente una famiglia numerosa ben ordinata è quasi un visibile santuario».

Il santuario domestico della famiglia va protetto dall’attacco diabolico che oggi la aggredisce. Il cardinale Carlo Caffarra, in una delle sue ultime interviste, ha ricordato le parole di una lettera, che ricevette da suor Lucia: «Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa».