Da noi pressoché sconosciuto, Manuel García Morente (1886-1942) è in realtà uno dei grandi nomi della filosofia spagnola del XX secolo. Laureatosi alla Sorbona, nel 1912 ottenne la cattedra di Etica della Facoltà di Filosofia dell’Università di Madrid, di cui divenne Preside nel 1931. Nonostante le sue simpatie cosmopolite e liberali, allo scoppio della guerra civile fu costretto a fuggire per non essere assassinato dai “rossi”, che lo avevano condannato a morte.

Nel duro e misero esilio parigino si verificò «il fatto straordinario» della sua conversione, avvenuta durante l’ascolto radiofonico dell’opera L’infanzia di Cristo di Berlioz. Negli anni successivi maturò profondamente la propria fede e, appena tornato in patria dopo numerose vicissitudini, chiese al vescovo di Madrid di prendere i voti. Diventerà sacerdote nel 1940, due anni prima di morire, suscitando le ire dell’ambiente laicista spagnolo che fino a poco prima ne aveva esaltato le qualità intellettuali. In questo testo, particolarmente leggibile perché si tratta di una lunga conferenza rivolta ad un pubblico generalista, Morente si interroga sul concetto di nazionalità, partendo dalla ispanità.

La nazione non è in senso materiale il semplice retaggio di un passato comune, né in senso spirituale un astratto progetto di vita condiviso, bensì uno “stile”, realmente incarnato in una popolazione e da essa vissuto. Nella sua lucidissima disamina, il cattolicesimo tradizionale dell’Autore individua nella Hispanidad, estesa a tutti i popoli che vissero sotto le Spagne anche al di fuori della Penisola iberica, dal Regno di Napoli al Ducato di Milano, dalla Sardegna alla Sicilia, uno stile che si identifica con quello del Cavaliere cristiano. E che può appartenere a tutti gli uomini.