La Cina ha presentato nelle scorse settimane a Roma il cosiddetto Libro Bianco sulle religioni, in sei lingue: cinese, inglese, francese, russo, spagnolo ed arabo. Ovviamente si tratta di un inno al partito, agli «importanti progressi nel garantire la libertà religiosa», alle garanzie legali offerte sulla carta.

Ma, al di là dei sorrisi di facciata, dalla presentazione ufficiale sono emersi tutti i vizi d’origine della concezione comunista nei confronti delle varie confessioni, permesse purché siano «cinesi nell’orientamento» (ovvero, per i Cattolici, fedeli al Partito e non a Roma) e obbedienti alla «guida attiva» loro imposta per «adattarsi alla società socialista», vale a dire per omologarsi al regime. Nessun membro del Partito può aderire ad alcuna religione, nemmeno in privato e neppure dopo la pensione. Così gli stranieri a parole sono liberi di frequentare i propri luoghi di culto, in realtà, dovendo avvenire esclusivamente secondo le «leggi ed i regolamenti cines», è loro consentito di partecipare solo se «autorizzati» e solo alle comunità registrate.

Lacune evidenti nelle statistiche, che tengono conto soltanto delle realtà ufficiali, contingentando così il numero dei fedeli a 6 milioni di Cattolici, mentre la cifra reale, tenendo conto dei fedeli «sotterranei» ovvero autentici, va almeno raddoppiata.

Intanto, le autorità cinesi hanno proibito la vendita on line della Sacra Bibbia, ora possibile solo per distribuzione interna e solo negli ambienti controllati dalle Associazioni patriottiche. Pare che ciò corrisponda alla preoccupazione del Partito di arginare il crescente numero di conversioni nel Paese, tanto da poter spingere i sociologi locali a ritenere che nel 2030 la Cina possa essere il Paese più cristiano al mondo.