Quarant’anni fa, il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente democristiano Aldo Moro, che nel suo ultimo discorso politico, il 28 febbraio, aveva cercato di convincere i senatori e i deputati democristiani della necessità di un’intesa con i comunisti. La scorta di Moro fu trucidata e, dopo una prigionia di 55 giorni, il 9 maggio, il corpo dell’uomo politico democristiano fu ritrovato crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto in via Caetani.

Durante la prigionia di Moro, il 15 aprile 1978, la legge 194 sull’aborto fu promossa alla Camera con 308 voti a favore e 275 contrari, «una maggioranza risicata formata da comunisti, socialisti, liberali, socialdemocratici, repubblicani e indipendenti di sinistra e rinforzata, si dice, dai voti di un drappello di democristiani, che avrebbero così scongiurato il referendum» (la Repubblica, 15 maggio 1998). «Le cifre della votazione finale – scriveva Francesco Damato su Il Giornale del 10 maggio – dimostrano che gli abortisti, pur disponendo della maggioranza sulla carta, avrebbero perso la loro battaglia, se il fronte opposto fosse stato tutto al suo posto».

Arrivato al Senato, il testo fu approvato, il 18 maggio, con 160 voti favorevoli e 148 contrari, su un totale di 308 senatori. Determinanti furono, ancora una volta,  le defezioni della DC. Sulla Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, la legge n. 194, che autorizza l’omicidio, fu promulgata a firma di parlamentari tutti democristiani: il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e i ministri, tutti democristiani, Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi.

Andreotti si difese, in una lettera a padre Rotondi, dicendo che il suo era «un atto dovuto». Atto dovuto forse secondo i princìpi del positivismo giuridico, ma non certo secondo quelli della morale cattolica, per la quale gli unici doveri assoluti che abbiamo sono quelli nei confronti della legge divina e naturale, che, nel caso specifico, vieta di uccidere l’innocente. Il presidente del Consiglio, d’altronde, non si limitò a questo. Il suo governo assunse ufficialmente la responsabilità della legge di fronte alla Corte Costituzionale: infatti nell’udienza del 5 dicembre 1979, l’Avvocatura generale dello Stato, su mandato del governo, pur avendo la possibilità di sollevare eccezioni, difese la legittimità costituzionale della legge.

All’inizio di giugno, il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che non aveva sentito il bisogno di dimettersi al momento della firma della legge, fu costretto a farlo, in seguito alle polemiche sullo scandalo Lockeed. Dopo qualche settimana, veniva eletto alla stessa carica il socialista Sandro Pertini. Quanto sarebbe stato meglio per Leone se fosse uscito di scena con onore, dimettendosi, piuttosto che firmare la legge omicida. Andreotti ebbe invece lunga vita politica, segnata però da macchie che l’assoluzione processuale non ha cancellato, come l’accusa di esser stato il mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli e il suo concorso ai crimini di mafia.

Dubitiamo della verità di queste accuse, ma se anche fossero vere, abbiamo la certezza che la responsabilità di avere sottoscritto la legge sull’aborto è enormemente maggiore della complicità negli omicidi mafiosi. Questi crimini infatti, come l’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse, non costituiscono una negazione di principio del diritto alla vita e sono dunque meno gravi dell’introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’omicidio di massa.

Il 20 maggio 1978, in un suo editoriale, La Civiltà Cattolica scriveva: «Certo, la terribile e sconvolgente vicenda dell’on. Moro e della spietata uccisione della sua scorta hanno attirato l’attenzione di tutti in maniera così forte che gli altri problemi sono passati in secondo piano; ma, se si riflette più profondamente, si rileva che quanto avviene al Senato in questi giorni con l’approvazione definitiva della legalizzazione dell’aborto è più grave, sotto il profilo generale e per quanto riguarda il futuro non solo immediato, ma anche lontano del nostro Paese, di quanto avvenne il 16 marzo in via Fani. Qui fu commesso un delitto orrendo, ma non fu intaccato il principio del diritto alla vita ed alla libertà, in base alla quale quel delitto è stato unanimemente condannato; nel Parlamento, invece, per la prima volta nella storia del nostro Paese, viene intaccato il principio del diritto alla vita, cioè il principio fondamentale sul quale si regge non solo la vita sociale, ma anche l’ordinamento giuridico italiano» (quaderno 3070 del 20 maggio 1978, p. 313).

La Civiltà Cattolica sottolineava giustamente come la legalizzazione dell’omicidio è ben più grave di un singolo atto omicida, quale l’assassinio di Moro e la strage della sua scorta, ma omette di ricordare che l’approvazione dell’aborto è gravissima, non solo perché intacca il principio del diritto alla vita, su cui si regge l’ordinamento giuridico italiano, ma soprattutto perché costituisce una violazione pubblica della legge naturale e divina, contraddicendo platealmente su questo punto la dottrina della Chiesa.

«Tale dottrina – ricorda papa Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitaeè fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa» (n. 63). Lo stesso papa Wojtyla afferma che «le leggi che autorizzano e favoriscono l’aborto e l’eutanasia si pongono radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica» (n. 72).

Non solo l’aborto e l’eutanasia, ma qualsiasi trasgressione della legge naturale e divina è un male in sé, si situa contro il bene comune ed è pertanto priva di autentica validità giuridica. Questa è la dottrina della Chiesa, ma è anche la verità storica che le tragiche vicende di quarant’anni addietro ci ricordano.