Secondo un sondaggio diffuso il mese scorso da Alvara, organizzazione con sede a Giacarta, ben il 20% degli studenti di scuola superiore e universitari dell’Indonesia preferirebbe l’istituzione di un califfato islamico ad un governo laico. 1 su 4 di loro sarebbe anche disposto a combattere, per ottenerlo.

È evidente quanto si faccia sentire, purtroppo, a livello di opinione pubblica, specie sui giovani e sulla classe media, la continua pressione esercitata dai gruppi islamici radicali, pronti a farsi strada, oltre che con la violenza e con la forza, anche con l’ideologia, infiltrandosi soprattutto nelle aule.

Il presidente Joko Widodo ed il suo governo stanno cercando di porre un freno a questa crescente “intraprendenza” islamica: ad ottobre il Parlamento ha approvato un decreto, che ha bandito le organizzazioni civili contrarie all’impostazione secolare dello Stato: in base a tale provvedimento, è stata subito disciolta la sigla Hizb-ut-Tahrir, che da sempre promuove proprio la costituzione di un califfato nel Paese. Ma non va dimenticato come l’Indonesia rappresenti il Paese musulmano più popolato al mondo, il che ridimensiona le azioni di contrasto.

Lo scorso anno non solo le forze islamiche riuscirono ad impedire la rielezione del cristiano Jakarta Basuki Tjahaja Purnama alla carica di governatore di Giacarta, ma riuscirono anche a farlo condannare a due anni di carcere con la solita accusa-capestro di «blasfemia». La pluralità religiosa è, almeno in teoria, garantita dalla Costituzione. Almeno per ora. Ma evidentemente forti sono i motivi di preoccupazione.