«Parlare del silenzio in un mondo dominato dal chiasso e dal frastuono è una vera sfida, una follia, perché le potenze mondane che cercano di plasmare l’uomo moderno escludono metodologicamente il silenzio. Indagare sul silenzio vuol dire avvicinarsi inevitabilmente al mistero di Dio e alla sua presenza silenziosa nella storia», scrive il card. Robert Sarah, Prefetto del Culto divino, nato in un piccolo villaggio della Guinea e per più di vent’anni arcivescovo di Conakry, prima di essere chiamato a Roma da Giovanni Paolo II a ricoprire l’incarico di Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. «Possiamo tentare di parlare di Dio – aggiunge – solo a partire dalla nostra propria esperienza di silenzio.

Perché Dio è avvolto nel silenzio e si rivela nel silenzio interiore del nostro cuore». Scrive il porporato che «il nostro mondo non comprende più Dio perché parla continuamente, a un ritmo e a una velocità della luce, per non dire niente. La civiltà moderna non sa tacere, nega il passato e vede il presente come un vile oggetto di consumo. Guarda l’avvenire attraverso le ragioni di un progresso quasi ossessivo». «Abbiamo la sensazione che il silenzio sia divenuto un’oasi inattingibile. Senza rumore, l’uomo postmoderno cade in una inquietudine sorda e lancinante. È abituato a un rumore di fondo permanente, che lo rende malato e lo rassicura».

Certo, il silenzio di Benedetto XVI, che firma la prefazione, sembra cozzare con il monito di «gridare la verità dai tetti» (Mt 10,27), soprattutto nel momento in cui il vertice della Chiesa sembra ottenebrato dal fumo di Satana entrato nel tempio ed il silenzio, in attesa degli eventi, sembra più una scelta attendista nella speranza – difficile a realizzarsi – che la situazione si sistemi da sola.