In un’intervista alla Radio Vaticana del 25 luglio scorso, mons. Gilfredo Marengo –  presidente della Commissione di studi sulla Humanae Vitae creata da papa Francesco – ha dichiarato che «dal punto di vista della ricerca storico-teologica, sarà molto utile poter ricostruire, esaminando la documentazione conservata presso alcuni archivi della Santa Sede, l’iter compositivo dell’Enciclica, che si è sviluppato con fasi distinte dal giugno 1966 alla sua pubblicazione, il 25 luglio 1968».

In questo documento, contrariamente al parere della maggioranza degli esperti da lui consultati, Paolo VI riaffermò la posizione tradizionale della Chiesa con queste chiare parole: «È assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione.

Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda».

Fin dal 1963,  cinque anni prima della promulgazione dell’enciclica, due teologi americani, John C. Ford e Gerald Kelly, avevano studiato il grado di certezza e di verità che si dovrebbe attribuire, in campo teologico, alla dottrina cattolica tradizionale riguardante la immoralità intrinseca e grave della contraccezione (Contemporary Moral Theology, vol. II,  Marriage Questions, Newman, Westminster 1964, pp. 263-271). Secondo i due teologi gesuiti si trattava di una dottrina che doveva essere considerata normativa per la condotta dei fedeli. Sarebbe infatti inconcepibile che la Chiesa cattolica, assistita dallo Spirito Santo per la conservazione della dottrina e della morale evangelica, avesse affermato esplicitamente in numerosi interventi che gli atti contraccettivi sono una violazione oggettiva grave della legge di Dio, se non fosse così realmente. Col suo intervento sbagliato la Chiesa avrebbe dato origine ad innumerevoli peccati mortali, contraddicendo la promessa della divina assistenza di Gesù Cristo.

Uno dei due moralisti, padre Ford, in collaborazione col filosofo Germain Grisez, approfondì questo problema in un successivo scritto, apparso nel 1978 nella rivista Theological Studies, con il titolo Contraception and the Infallibility of the Ordinary Magisterium. Ford e Grisez concludevano che la dottrina della Humanae Vitae poteva considerarsi infallibilmente insegnata, non in virtù del suo atto di promulgazione, ma perché essa confermava il Magistero ordinario universale dei Papi e dei vescovi nel mondo.

Ma già dieci anni prima, un teologo e filosofo brasiliano Arnaldo Xavier da Silveira, in un articolo pubblicato nel 1968 sulla rivista Catolicismo, era arrivato alle medesime conclusioni  (Pode um Catolico rejeitar a Humanae Vitae?, in «Catolicismo», 212, agosto-ottobre 1968, pp. 19-20).

Pur non essendo un pronunciamento ex cathedra della Chiesa, l’Humanae Vitae  diventava infallibile quando, condannando la contraccezione, riaffermava una dottrina proposta da sempre dal Magistero ordinario universale della Chiesa. Ciò significa che a nessun cattolico è lecito, in nessun caso, negare o mettere in dubbio la sua dottrina, perché essa costituisce un dogma del Magistero ordinario universale della Chiesa. La parola universale va intesa non nel senso sincronico di una estensione nello spazio in un particolare periodo storico, ma nel senso diacronico di una continuità del tempo, per esprimere un consenso che abbraccia tutte le epoche della Chiesa.

«Infatti – ricorda il card. Giuseppe Siri – fin dal primo secolo la Didaché, parlando della via della morte vi mette “gli uccisori dei figli”. Le stesse parole sono ripetute nella lettera di Barnaba (20, 2); Clemente Alessandrino è deciso e particolareggiato contro i contraccettivi (Pedagogus 2. 10. 91. 2). Si possono sentire Minucio Felice (Octavius 30, 2), Lattanzio (Divinae institutiones 6.20. 25), Giustino (Apologia, I, 9), Atenagora (Legatio pro Christianis 33). Questa tradizione continua nei padri seguenti, assumendo particolare rilievo nei testi di sant’Agostino, i quali sono la base della legislazione canonica. Il filone della tradizione patristica e teologica è attestato sugli stessi concetti. Si arriva così alla enciclica Casti Connubii di Pio XI (30 dicembre 1930). L’insegnamento di tale enciclica ricapitolava l’insegnamento antico e comune. Pare di poter dire che le condizioni nelle quali si verifica il magistero ordinario irriformabile siano raggiunte. Il periodo della irrequietezza diffusa è fatto assai recente, che non incrina per nulla quanto era nel sereno possesso di tanti secoli. è necessario aver presente che non c’è solo magistero solenne e magistero semplicemente autentico; tra le due espressioni sta il magistero ordinario, dotato del carisma della infallibilità».

Riferendosi alla proibizione della contraccezione artificiale, papa Pio XII, nel suo discorso alle ostetriche del 29 ottobre 1951, affermava: «Questa dottrina è in pieno vigore oggi come ieri e tale sarà anche domani e sempre, perché non è un semplice precetto di diritto umano, ma l’espressione di una legge naturale e divina».

Paolo VI ha confermato questa dottrina con la Humanae Vitae e Giovanni Paolo II, nel suo Discorso del 12 novembre 1988, per il ventesimo anniversario dell’Humane Vitae, ha affermato con vigorosa chiarezza: «Paolo VI, qualificando l’atto contraccettivo come intrinsecamente illecito, ha inteso insegnare che la norma morale è tale da non ammettere eccezioni. Nessuna circostanza personale o sociale potrà né ora né mai rendere di per sé un tale atto lecito. Il fatto che esistano determinate norme concernenti il modo di agire dell’uomo nel mondo, dotate di una forza vincolante tale da non ammettere, per nessuna ragione, alcuna possibilità di eccezioni, è un insegnamento costante della Tradizione e del Magistero della Chiesa, che non può essere messo in discussione dal teologo cattolico».

Chi si propone di reintepretare la Humanae Vitae per giungere alla conclusione che in qualche caso è possibile ammettere l’uso di contraccettivi artificiali nega una verità definita dalla Chiesa. Il caso è chiuso e nessuna commissione di studi, anche se di nomina pontificia, ha il diritto di riaprirlo.