L’arte di torturare spiegata dal “cattivo” de Il nome della rosa, recita il sottotitolo. In effetti, la pubblicazione della Jouvence si limita a presentare la traduzione integrale della PracticaOfficiiInquisitionisHereticaePravitatis, che Bernardo Gui(1261-1331) redasse indicando le prerogative e i compiti dell’inquisitore. Naturalmente, si tratta di tutt’altro che di insegnare “l’arte di torturare”, come viene annunciato nel sottotitolo, bensì di come comportarsi di fronte alle diverse varietà di eretici. «Come la stessa medicina non vale per tutte le malattie, così non va mantenuto il medesimo metodo per interrogare, indagare, valutare tutti gli eretici appartenenti a diverse sette, ma per ciascuna di esse, proprio in quanto molteplici, va impiegato un metodo specifico e appropriato» (pp. 10-11).

Bernardo Gui individua quindi sei categorie: quattro sette di cristiani eretici, cioè manichei, valdesi, apostolici (o dolciniani) e beghini; gli ebrei falsamente convertiti; infine maghi, indovini ed evocatori di demoni.

È chiaro che le domande da formulare – il trattato non si sofferma certamente sulle tecniche – devono variare a seconda della qualità dell’interrogato: per gli ebrei si dovrà cercare di comprendere se la loro conversione al Cristianesimo sia effettiva o di facciata, se abbiano cercato di riconvertire altri al giudaismo, se abbiano fatto battezzare i propri figli, se recitino preghiere talmudiche contro i goym. Per uno stregone, è necessario capire se credesse realmente in ciò che faceva o se fosse solo un modo per truffare persone credule, promettendo fertilità alle donne sterili o raccolti ricchissimi. Ma la parte più consistente (70 pagine su 100) è destinata agli eretici: di ogni setta viene riassunta la genesi, vengono spiegate le caratteristiche, i comportamenti e gli errori; solo in seguito si elencano le domande da porre, spiegando anche che gli eretici possono dare risposte ambigue, in apparenza ortodosse, in realtà senza accettare la giusta dottrina.

E sui metodi di tortura? Niente: ne parlano solo sottotitolo e quarta di copertina, evidentemente destinate a solleticare la fantasia morbosa di un pubblico diverso da quello che vuole studiare il Medioevo sui documenti e che troverà in questo Manuale dell’Inquisitore davvero un serio documento, per ribaltare la leggenda nera sui pretesi “secoli bui”.