Enrico Annibale Butti (Milano, 1868-1912), a suo tempo famoso come Gabriele d’Annunzio, oggi ingiustamente dimenticato, fu l’unico drammaturgo italiano ad occuparsi di temi religiosi, morali e politici nel teatro borghese a cavallo tra Otto e Novecento, venendo perciò definito dalla critica «l’Ibsen italiano».

Tra i suoi principali lavori teatrali vanno ricordati L’utopia (contro l’anarchia e il “libero pensiero”), La fine di un ideale (contro il femminismo), Sempre così (contro il socialismo radical-chic), Una tempesta (contro il comunismo), La corsa al piacere (contro il libertinaggio), Il frutto amaro (contro il “libero amore”), Tutto per nulla (sull’educazione), Lucifero (contro l’ateismo), nonché Fiamme nell’ombra e il complesso dramma in versi Il castello del sogno, densi di temi religiosi.

Preferire la sirena dell’amore o la chimera della gloria? Questo, in sintesi, il nucleo del romanzo L’incantesimo (1897), meritoriamente ripubblicato da Solfanelli, sorta di ideale continuazione – calata però nella concretezza della vita quotidiana – de Le vergini delle rocce di Gabriele d’Annunzio (pubblicato l’anno precedente): cosa avrebbe cercato di fare un giovane con le stesse idee del dannunziano Claudio Cantelmo per ripristinare un regime aristocratico, spazzando via i cascami dell’Italietta liberale fin de siècle?

Seguendo le vicende e i pensieri di Aurelio Imberido, conte decaduto ma molto attivo, monarchico, élitario e fieramente antidemocratico (e ben conscio che «due di quei malviventi, purché sapessero scombiccherare il loro nome, pesavano più di lui sulla bilancia della Democrazia»), Butti riesce a realizzare un romanzo affascinante, al contempo vero capolavoro di introspezione psicologica.