Perché definire la Madonna “profuga”? Perché il saggio di Alessio Varisco, studioso della storia degli Ordini cavallereschi, si incentra sull’icona della Madre di Dio del Monte Phileremo, patrona dell’Ordine di Malta, le cui vicende sono degne di un romanzo. La leggenda tramanda addirittura che essa fu dipinta dal vero da san Luca. Sfuggita miracolosamente alla furia iconoclasta degli imperatori bizantini, fu rinvenuta in una grotta del Monte Phileremo a Rodi a metà del ‘400, quando i cavalieri giovanniti governavano l’isola. Nel 1523 con la caduta dell’isola in mano agli Ottomani, l’icona segui gli Ospedalieri in Italia e, nel 1530, giunse a Malta, dove l’Ordine le destinò prima una cappella nella Chiesa di S. Lorenzo a Borgo e poi nella nuova chiesa conventuale di San Giovanni della Valletta.

Caduta Malta in mano a Napoleone, il Gran Maestro Ferdinando Hompesh fuggì con le tre principali reliquie dell’Ordine: un frammento della vera Croce, la mano destra di san Giovanni Battista e l’icona della Madonna del Phileremo. Nella speranza di ottenere aiuto dalla Russia per riottenere Malta, le reliquie furono inviate allo Zar Paolo I, che era stato proclamato Gran Maestro. Nel 1852 lo Zar Nicola I ordinò di eseguire una copia, anch’essa dalla vita movimentata: rimasta in Russia durante la rivoluzione d’ottobre, nel 1925 venne inviata a Rodi, allora provincia italiana, dal governo bolscevico su richiesta del Governatore Mario Lago, che nel 1931 la fece intronizzare sul Phileremo, dove era stato costruito un santuario. Quando nel 1948 Rodi passò alla Grecia, l’icona venne portata dai Francescani ad Assisi e posta su uno degli altari della basilica di Santa Maria degli Angeli, dove si trova tuttora.

Intanto, subito dopo la rivoluzione, il quadro originale aveva raggiunto la Danimarca ed era stato consegnato all’unica superstite della Famiglia reale, la Zarina Madre. Alla sua morte fu consegnato alla Chiesa Ortodossa russa in esilio con sede provvisoria a Berlino, che a sua volta l’affidò ad Alessandro I di Jugoslavia. Le reliquie restarono a Belgrado fino al 1941: con l’occupazione tedesca se ne persero le tracce. Dopo circa mezzo secolo essa è stata fortunosamente ritrovata a Cettigne, in Montenegro, città natale della regina Elena.