La Rivoluzione francese vista da un’ottica nuova e spiazzante, quella di un cattolico fervente ammiratore dei principi che la animarono: secondo Belloc non c’era alcun conflitto tra i principi rivoluzionari e quelli della Chiesa cattolica. Piuttosto, gli sconvolgimenti che interessarono la Francia tra il 1789 e il 1795 derivarono dalla decadenza del clero, dalle sue compromissioni storiche con la nobiltà, dall’accettazione delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali.

Ammiratore di Rousseau e del suo Contratto sociale (alla base dello Stato moderno), Belloc traccia il profilo di Robespierre, Saint-Just, Danton, Marat e degli altri protagonisti della Rivoluzione, mostrandone il carisma, la passione e le contraddizioni, i buoni propositi e gli errori. Anche il periodo del Terrore viene inquadrato dall’autore come tentativo di evitare l’anarchia e di rispondere in maniera efficace alla guerra proveniente dall’esterno e agli estremismi interni. Vale a dire: il punto di partenza era buono, gli esiti sono stati nefasti per la singolare capacità dell’uomo di combinare disastri.

Una posizione paradossale che, se non fosse per i milioni di morti causati dalla Rivoluzione, potrebbe far sorridere. Addirittura positivi i giudizi su Robespierre e Danton: il primo “vittima” (!) e non promotore del Terrore, il secondo encomiabile per aver creato il Comitato di salute pubblica, moderando così l’impeto rivoluzionario… Una visione paradossale e che, visto lo stile involuto, ci permette di suggerire piuttosto la lettura di Storia del Terrore di Roberto Paura.