Filosofo e storico d’impronta cattolica, ungherese di nascita ma trapiantato negli Usa per sfuggire alla tirannia comunista che aveva attanagliato il suo Paese, Thomas Molnar (1921-2010) ha elaborato una «fenomenologia del rivoluzionario à la page» a partire appunto dalla Rivoluzione Francese, alla quale ha contrapposto una profilo antropologico controrivoluzionario, risultato però fino agli anni ’70 del XX secolo soccombente e sempre sulla difensiva. L’autore lamenta il fatto che alla Rivoluzione francese e ai suoi protagonisti siano state dedicate intere biblioteche, mentre ben pochi sono invece gli studi dedicati a chi ad essa si oppose.

Il saggio, apparso nel 1969, viene ora ripresentato dalla coraggiosa casa editrice Oaks con l’aggiunta di un sottotitolo  –Critica ragionata alla rivoluzione francese – che se può sembrare limitativo (il saggio si spinge ad analizzare le vicende del fronte controrivoluzionario fino alla fine della seconda guerra mondiale) individua però nella Rivoluzione francese la “madre” di tutte le rivoluzioni (politiche, perché ci sono i precedenti religiosi ed ideologici di Lutero, Machiavelli e Grozio). I fatti del 1789 sono quindi uno stimolo per parlare della tuttora valida teoria controrivoluzionaria, per spiegare i due secoli di storia successivi alla presa della Bastiglia e per fornire una base ideale alla cultura tradizionalista contemporanea. Ma quale fu l’elemento di debolezza del pensiero controrivoluzionario? Molnar lo individua nella mancanza di un’utopia da realizzare.

Ma quale immagine contrapporre oggi alla sovversione, al pensiero unico della Republique des lettres, alla rivoluzione permanente?, si chiede Molnar. «Quella nella quale siano riabilitate le qualità che fecero grande l’Occidente: il coraggio, la fedeltà, il gusto del lavoro, l’onore, lo spirito di sacrificio».