Nel quinto centenario dell’evento che ha sconvolto la Cristianità, spaccandola irrimediabilmente, mentre c’è chi cerca di minimizzare ciò che è accaduto e – anche dai pulpiti– sostiene che tra Protestantesimo e Cattolicesimo non vi sia molta distanza, il saggio di Danilo Castellano, ordinario di diritto presso l’università di Udine e membro della Reale Accademia spagnola di Scienze Morali, affronta la ribellione luterana non dal punto di vista teologico, bensì da quello etico, politico e giuridico.

Il 1517, l’inizio dello scisma protestante, è – ben più della scoperta dell’America nel 1492 – lo spartiacque tra Medioevo e Modernità. L’Occidente attuale è figlio del Protestantesimo. Grazie all’odio contro Aristotele e s. Tommaso da parte del monaco spretato tedesco, nel corso dei secoli la cultura dominante – e parte della stessa Chiesa – ha gradatamente rinunciato alla Scolastica, finendo per abbracciare l’hegelismo e le sue più funeste derivazioni. Quella di Lutero non fu solo una rivoluzione religiosa, fu anche una rivoluzione gnostica integrale, che portò alla supremazia dello Stato sulla Chiesa, trasformata in Chiesa “democratica”, distruggendo la Res publica christiana e imponendo la politica come potere puro.

Martin Lutero fu un profondo conoscitore della Bibbia, ma pronto a forzarne il senso per adattarla al proprio pensiero. Era astuto e calcolatore. Prestava attenzione ai tempi, alle circostanze ed ai modi, tanto da scrivere – nel 1520 – a papa Leone X, assicurandolo della sua vicinanza: cambiò la liturgia e difese l’uso delle vesti liturgiche; conservò l’elevazione nella consacrazione nel momento in cui negava che la Messa fosse un sacrificio… Insomma una personalità complessa, da studiare ed approfondire per comprenderne la contraddittorietà, ma certamente non da esaltare.