Il filologo Giovanni Battista Pighi (1898-1978), vice-rettore dell’Università di Bologna e uno dei massimi latinisti del Novecento, ha affrontato la religiosità del mondo antico in vari suoi studi. In questo saggio ci fa conoscere la religiosità romana attraverso le “parole sacre” con cui i Quiriti si rivolgevano agli dei.

Tutta la vita del Romano, dalla nascita alla morte, si svolgeva in continuo contatto con il trascendente e prevedeva atti di pietas, offerte e, soprattutto, preghiere. Plinio distingueva la preghiera di richiesta – proteggere da malattie e pestilenze, rendere fertile la terra o feconda la sposa – da quella di proposta, come nella pratica della devotio tipica della stirpe dei Decii (l’offerta di se stessi in battaglia per impetrare la vittoria).

Fondamentale, però, è il rispetto della ritualità: per evitare che la preghiera sia inefficace o addirittura empia, bisogna recitarla certis verbis, seguendone con scrupolosità il testo e pronunciando le parole a bassa voce o solo mentalmente. L’omissione di un termine o di un errore di pronunzia rendevano nullo il sacrificio, determinando la necessità della sua ripetizione, fino alla sua perfezione rituale. Inoltre, agli dèi ci si poteva rivolgere solo in condizione di purità dell’animo e del corpo. Insomma, è un elemento della religiosità romana che è entrato in  quella cristiana: silenzio durante le cerimonie, purezza per ricevere i Sacramenti e non sminuirli come un semplice atto formale.

I Romani seguivano con attenzione tutte queste regole, come le ha seguite anche la celebrazione eucaristica fino all’introduzione del novus ordo, che ha permesso ai celebranti di venire incontro ai “gusti del pubblico” e di banalizzare, in certi casi, la celebrazione.