Quali sono le sei parole “magiche” che possono permettere di operare una rivoluzione “di fatto” anziché teorica e teorizzata, pastorale e non dogmatica, che si imponga nella prassi ed eviti ogni pronunciamento che, inevitabilmente, farebbe gridare all’eresia? Guido Vignelli le individua nei seguenti termini: pastorale, misericordia, ascolto, discernimento, accompagnamento ed integrazione.

Si tratta di termini che nel linguaggio “ecclesialese” mutano di significato, assumendo un valore nuovo e talvolta opposto a quello originale. Queste parole, apparentemente  innocue, possono esercitare una pericolosa influenza manipolatrice e permettere quel «trasbordo ideologico inavvertito» contro cui metteva in guardia già cinquant’anni fa Plinio Corrêa de Oliveira. Ad esempio, la «pastorale» da mezzo diviene fine e da arte dell’evangelizzazione e del governo delle anime si trasforma in regola suprema dell’intero Cristianesimo. In concreto, la «nuova pastorale», anziché adeguare la vita alla Verità, inverte i termini e cerca di adeguare la Verità alla vita: da qui il «primato della pastorale sulla Dottrina», in cui non solo la prassi sottomette, ma addirittura sostituisce la Dottrina stessa.

Prima conseguenza (di molte) è il «primato della coscienza sulla Legge» (naturalmente, Legge divina), con la coscienza intesa come sentimento personale con cui chiunque giudica se stesso in modo infallibile… Altra parola chiave è «misericordia», che da «compatimento della miseria altrui per soccorrerla e porvi rimedio» diventa accettazione non solo del peccatore, bensì anche del peccato, giungendo a giustificarlo e ad assolvere chi, impenitente, lo compia. Nell’ansia di giustificare le situazioni peccaminose, la pastorale tende ad eludere la verità rivelata e la giustizia divina: ne risultano una predicazione relativistica e una misericordia permissiva, incapaci di illuminare gli erranti e di convertire i peccatori.