Jihad, è scoppiato un nuovo caso mediatico. A far problema il silenzio-stampa pressoché totale riservato dall’Occidente lo scorso ottobre alla notizia dell’arresto di un principe della Famiglia reale saudita, Abdel Mohsen ben Walid ben Abdelaziz Al Saud detto «Lo Sceicco». L’uomo si stava imbarcando sul suo jet privato, destinazione Riyad, con altre quattro persone a bordo e con un carico di due tonnellate di droga, pillole di captagon e strisce di cocaina, celate in apposite scatole. A bloccarlo, han provveduto i servizi di sicurezza aeroportuale, secondo quanto rivelato dall’agenzia Algérie1.

Il captagon viene classificato tra le anfetamine, che eliminano la paura, il dolore, la fatica, i bisogni di cibo e di sonno. Prodotto e smerciato in Libano, ora viene utilizzato dall’Isis per galvanizzare i propri miliziani durante gli attacchi, le esecuzioni o le operazioni kamikaze, specie in Siria ed in Iraq.

Non solo: questa droga rappresenta, al contempo, per gli jihadisti un’enorme fonte di reddito. Esportandola, soprattutto verso i Paesi del Golfo, finanziano le proprie azioni criminali. 200 mila pillole consentono un introito di ben 1,2 milioni di dollari, mentre, per produrla, ne basta qualche migliaio.

La sharia ovvero la legge islamica, in Arabia, riserva la pena di morte ai trafficanti di stupefacenti. Ciò nonostante, proprio qui ogni anno vengono sequestrati 55 milioni di queste pillole, pari tuttavia soltanto al 10% di quelle in circolazione nel Regno, secondo quanto denunciato nel rapporto 2013 diffuso dall’Unodc, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga.