I moduli per loro predisposti dalle università statali della California hanno proposto di scegliere come definirsi tra ben sei possibili «identità di genere»: maschio, femmina, transgender maschio, transgender femmina, queer o altro. Anche toilette e spogliatoi sono stati ripensati ed attrezzati secondo le stesse “classificazioni”.

La popolazione studentesca colpita dalle sconcertanti “novità” riguarda circa 238 mila giovani, distribuiti in dieci differenti campus universitari, tra cui quelli notissimi di Berkeley e dell’Ucla. Addirittura, l’ateneo del Vermont consente di registrarsi con un nome non corrispondente al proprio sesso e di pretendere d’esser chiamati, a richiesta, con un pronome neutro, anziché con il dovuto pronome personale maschile o femminile.

Del resto, l’ideologia gender è ormai entrata prepotentemente negli statuti e nei regolamenti accademici; sono stati istituiti Dipartimenti e Centri Studi, avviati corsi di laurea con specializzazioni sempre più mirate e precise. Il che implica stanziare ingenti risorse, sviluppare metodi di ricerca interdisciplinari, strategie di insegnamento e di “supporto educativo”, predisporre programmi, servizi ed informazioni, in una prospettiva che non è solo teorica.