Leggere il dramma scritto da Shakespeare e da altri cinque autori sulla figura del Santo martire, che dette la vita per non rinunciare a difendere i diritti della Chiesa e della legge naturale contro la prevaricazione dello Stato, obbliga ad una riflessione sulla vita del grande scrittore inglese e, oltre a quelle filologiche e letterarie, pone almeno un paio di questioni storiche: chi era veramente Shakespeare? E qual era il suo pensiero religioso?

Sulla poco conosciuta esistenza dello scrittore di Strattford-on-Avon è stato – paradossalmente – scritto e detto moltissimo, in positivo ed in negativo, spesso in aperta contraddizione; è stato considerato un genio ed un volgare prestanome; un attore semi-illetterato oppure colui che seppe rivoluzionare l’arte drammaturgica in maniera da essere tuttora l’autore più saccheggiato dal mondo del cinema… In particolare, per quanto riguarda la sua posizione religiosa, si è sostenuto che, provenendo da un ambiente cattolico, avesse nascostamente mantenuto la fede dei padri, anche se i riferimenti alla religioni nelle sue opere sono pochissimi. Ad esempio, come deve essere inteso il sempre citato riferimento al Purgatorio fatto dal padre di Amleto? Mera reminescenza catechistica, utile al fine drammaturgico, oppure piena condivisione dogmatica?

Di fronte non ad un semplice passaggio, bensì ad un intero dramma che ha per protagonista un Santo cattolico, eroe dell’opposizione ad Enrico VIII (e rappresentata al tempo della figlia Elisabetta, anch’essa feroce nel perseguitare i cattolici) la questione torna attuale. Vero è che non si fa una parola dell’oggetto del rifiuto di Moro a sottoscrivere la legge del re, rifiuto per cui il Cancelliere viene condannato a morte, e che quindi il tema in discussione non è l’Act of Supremacy, con il quale Enrico VIII si mise al di sopra della religione e della legge naturale, bensì la liceità di disobbedire.

Moro aveva affrontato all’inizio del dramma il popolo che si era ribellato ad una legge ingiusta (che prevedeva l’impunità per gli stranieri), facendo condannare i caporioni (anche se poi aveva interceduto con il re per ottenere la grazia); all’ultimo atto, poiché anch’egli si è rifiutato di accettare una (non specificata) legge che ha ritenuto ingiusta perché andava contro la sua coscienza, accetta la prigionia e la morte. Ma, pur avendo la possibilità di salvarsi, semplicemente apponendo una firma ed approvando l’operato del re, preferisce non scendere a compromessi con la propria coscienza ed affrontare la mannaia del boia, mantenendo fino alla fine lo stesso distacco (ma non disincanto), lo stesso umorismo, la stessa gioia di vivere che aveva dimostrato nel resto del dramma.

Anche se l’apporto di Shakespeare riguarda solo un quinto dell’opera, è impensabile che i vari autori non si siano accordati sul contenuto complessivo del lavoro: quindi il fatto che Shakespeare abbia voluto affrontare un argomento e una figura tanto delicati, deve far ripensare al suo rapporto con la religione e con il Cattolicesimo, nell’Inghilterra delle persecuzioni antipapiste.